Requisiti soggettivi del proponente di un impianto di produzione di energia rinnovabile: quali sono?

La risposta al quesito è offerta da un’interessante pronuncia del Tar Campania che, nell’ambito di una controversia insorta tra il Comune ove l’impianto dovrebbe sorgere e l’Ente regionale, è stato investito di una controversia afferente il provvedimento di autorizzazione integrata ambientale per la realizzazione di un impianto di produzione di biometano con successivo compostaggio per l’ottenimento di compost.

La realizzazione di impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile (biometano nel caso qui affrontato), al pari di quelli di gestione dei rifiuti, risentono sempre della cd. “sindrome nimby”, un acronimo anglosassone che denota come le collocazioni impiantistiche di tale genere sono sempre sfavorite rispetto al luogo ove si vive (qui il link della precedente news in cui affrontiamo il tema del principio di prossimità).

Nel caso che qui esaminiamo, invece, il Giudice amministrativo si interroga sui requisiti soggettivi che un operatore economico deve possedere per poter realizzare e gestire un impianto per la produzione di biometano con una successiva fase di compostaggio per l’ottenimento di compost di qualità (per un approfondimento su cosa sia il compost si rinvia a questo link).

Il motivo della censura che merita l’approfondimento è quello delle caratteristiche soggettive attinenti il cd. “proponente” ovvero colui che ha proposto la realizzazione dell’impianto e, a seguito dell’autorizzazione, preposto alla relativa gestione: secondo l’Amministrazione comunale, infatti, nel caso esaminato dal Tar campano, sarebbe controversa la legittimità degli atti autorizzativi rilasciati dalla Regione poiché la Società difetterebbe dei requisiti necessari per lo svolgimento dell’attività di gestione e produzione di energia da fonti rinnovabili.

Secondo la prospettiva dell’Ente civico, la Società, laddove interessata a richiedere l’autorizzazione per la produzione dell’energia (bioetanolo), svolgendo attività di servizi di ingegneria e non anche la gestione di impianti produttivi, sarebbe priva del requisito richiesto dall’art. 12, d.lgs. 387/2003 e s.m.i., il quale prescriverebbe che l’autorizzazione integrata ambientale provenga ineludibilmente da chi rivesta anche la qualità di “gestore” di analogo impianto.

Secondo il Tar campano, le censure non possono essere accolte visto che l’errore di fondo risiede nell’applicare alla disciplina autorizzativa-ambientale quella delle procedure ad evidenza pubblica.

La ricostruzione operata dal Giudice amministrativo pone in risalto il principio della libera iniziativa economica, pervenendo ad un’interpretazione condivisibile e corretta della complessa normativa di settore: ed infatti, così si esprime il Tar campano: “va rilevato che l’assunto ricorsuale non è affatto confermato dal dato testuale del D.Lgs. 387/2003 che, all’opposto … si riferisce al “proponente” allorquando, nell’ambito della disciplina afferente alla realizzazione di impianti alimentati a biomassa, ivi inclusi gli impianti a biogas e gli impianti per produzione di biometano di nuova costruzione, richiede che tale soggetto dimostri, nel corso del procedimento e comunque prima dell'autorizzazione, la disponibilità del suolo su cui realizzare l'impianto. A ben vedere … non si rinviene alcun riferimento specifico ai requisiti del “gestore” … dovendosi all’opposto rilevare che nella nomenclatura generale riportata dall’art. 1 del citato d.lgs. tale terminologia è riferita al gestore della rete (GSE) e di rete (distributore con obbligo di connessione dei terzi), e, dunque, a figure ben diverse e distinte dall’operatore economico che gestisce il singolo impianto di biometano.

 Cade, dunque, l’indimostrato assunto attoreo per cui il “gestore” sarebbe “(unico) destinatario della disciplina. Non esiste alcun riferimento ad un soggetto diverso” … Tale diversa terminologia, del resto, appare del tutto coerente con i principi di libertà dell’iniziativa economica, non potendosi estendere alla fase di “prima richiesta” i requisiti del gestore …  che presuppongono un impianto già esistente”.

Ad analoghe considerazioni si addiviene ove si consideri che anche le linee guida regionali alla predisposizione e presentazione della domanda di autorizzazione integrata ambientale definiscono il “proponente” come “il soggetto pubblico o privato che elabora il piano, programma o progetto soggetto alle disposizioni del presente decreto”; e il “gestore” come “qualsiasi persona fisica o giuridica che detiene o gestisce, nella sua totalità o in parte, l'installazione o l'impianto oppure che dispone di un potere economico determinante sull'esercizio tecnico dei medesimi”, sottendendo tali definizioni il riferimento a soggetti distinti, senza che vi sia necessità che il proponente, all’atto della domanda, figuri anche come “gestore”.

Si ricava che alcun requisito soggettivo in tal senso sussiste nella normativa vigente ispirata, altresì, al principio di proporzionalità tesa ad evitare che requisiti elevati di qualificazione possano pregiudicare, in astratto, il rilascio delle autorizzazioni uniche ambientali.

Dunque, dalla citata pronuncia emerge chiaramente che la distinzione fa leva, per un verso, sulle caratteristiche proprie degli operatori economici coinvolti nei procedimenti amministrativi complessi, per altro verso, su un principio, quello di libertà di iniziativa economica (per come apprezzabile dalla Costituzione), la cui corretta interpretazione ed applicazione non potrà mai tradursi in una ingiustificata limitazione della libertà ed esercizio di attività lavorativa laddove compatibile con la tutela ambientale.

Tutela, come ormai emerge nella prassi, che necessita di regole stringenti, ma che non può sfociare in un divieto assoluto, pena lo sviluppo del tessuto produttivo, economico e sociale, oltre che ambientale di sviluppo sostenibile.

TAR Campania Sez. V, 25 settembre 2023, n. 5193


abbandono deposito rifiuti - legal team

Abbandono o deposito di rifiuti: chi provvede alla rimozione?

In caso di abbandono o deposito incontrollato dei rifiuti in un terreno o in un'area è alquanto complicato individuare il soggetto cui compete di procedere alla rimozione e smaltimento dei rifiuti.

La giurisprudenza amministrativa, ogni qualvolta è stata chiamata a dirimere controversie concernenti l'abbandono di rifiuti, ha da sempre espresso un principio chiave: la tutela dell'ambiente apprestata dall'ordinamento giuridico impone un obbligo di ripristino dei luoghi al fine di scongiurare che l'evento dannoso possa arrecare un pregiudizio serio ed irreparabile all'ambiente, oltre che alle generazioni future.

In precedenza, ci siamo occupati di come l'ordinamento giuridico si preoccupi di tutelare il cd. "diritto ad un ambiente salubre" (qui il link per una consultazione integrale della notizia) in un'ottica di prospettiva di crescita economica e sociale dell'uomo in generale.

Nel caso che qui affrontiamo, invece, torniamo a discutere del tema delle responsabilità proprie allorquando su di un'area privata (l'esatta qualificazione del sito non varia anche qualora il bene sia pubblico) viene riscontrata la presenza di rifiuti abbandonati o depositati illecitamente.

In questi casi, solitamente, l'Autorità preposta alla vigilanza è tenuta ad emanare un ordine di ripristino mediante rimozione e smaltimento dei rifiuti: nel caso esaminato, l'ordine è emesso da parte del Sindaco del Comune ove insiste l'area in forza dei poteri di ordinanza contingibile ed urgente ex art. 50, d.lgs. 267/2000 e s.m.i., recante "Competenze del sindaco e del presidente della provincia" trattandosi di un esempio classico di emergenza sanitaria o di igiene pubblica in relazione "all'urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell'ambiente".

I destinatari di tale ordine, solitamente, sono quei soggetti che risultano titolari di diritti reali di godimento dei beni ove l'abbandono o il deposito si è verificato, salvo il caso in cui il trasgressore sia prontamente individuato (caso ancora diverso è quello della la società che esercita l’attività pericolosa, dichiarata fallita, di cui abbiamo parlato in questa news).

Orbene, nel caso esaminato l'ordinanza individuava quali soggetti obbligati alle operazioni di rimozione e smaltimento dei rifiuti, sia i comproprietari del terreno, sia il gestore della rete elettrica, quale titolare di una servitù di elettrodotto.

A fronte dell'ordinanza sindacale, le parti insorgevano innanzi al Giudice amministrativo, reclamando l'illegittimità dell'ordine di rimozione e smaltimento dei rifiuti per diversi ordini di motivi, di cui:

  • uno concernente il difetto di partecipazione dei soggetti interessati nel corso dell'istruttoria, i quali eccepivano la violazione del principio del contraddittorio desumibile dall'art. 192, comma 3, d.lgs. 152/2006 e s.m.i., per l'accertamento di eventuali responsabilità derivanti dall'abbandono dei rifiuti;
  • un altro il difetto di istruttoria poiché, a ragion del gestore della rete, esso era da ritenersi estraneo agli addebiti mossi dall'Ente civico.

Il giudice amministrativo, previo richiamo della normativa di settore, ha ritenuto fondato il ricorso, annullando di conseguenza gli atti e provvedimenti impugnati.

Occorre osservare che l’art. 192, comma 3, d.lgs. 152/2006 e s.m.i., disciplina il divieto di abbandono dei rifiuti, stabilendo in termini generali che "l'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati" e, specificatamente, che “Fatta salva l’applicazione della sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all’esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.

Dal dato testuale della disposizione emerge che:

  • alla rimozione dei rifiuti è tenuto il responsabile dell’abbandono o del deposito dei rifiuti;
  • in via solidale è tenuto il proprietario o chi abbia a qualunque titolo la disponibilità ove ad esso sia imputabile l’abbandono dei rifiuti a titolo di dolo o colpa;
  • non è configurabile una responsabilità oggettiva a carico del proprietario o di coloro che a qualunque titolo abbiano la disponibilità dell’area interessata dall’abbandono dei rifiuti.

Sulla scorta di tali considerazioni, il Giudice amministrativo ha acclarato che "Si deve ... censurare l’operato dell’Amministrazione ogni qualvolta essa ometta di dedurre, in concreto e in assenza di accertamenti eseguiti in contraddittorio con i soggetti interessati, profili di responsabilità a titolo di dolo o colpa in capo al soggetto sanzionato, essendo essi necessari per imporre l’obbligo di rimozione dei rifiuti".

Dunque, secondo la prospettiva del Tar pugliese, l'ordinanza di rimozione dei rifiuti (ed il potere amministrativo esercitato) soggiace a due elementi fondamentali:

  • non è sufficiente, ai fini degli obblighi di rimozione e smaltimento, il presupposto della sola titolarità del diritto reale o di godimento sulle aree interessate dall’abbandono dei rifiuti, atteso che la disposizione richiede la sussistenza dell’elemento psicologico;
  • è necessario l’accertamento della responsabilità soggettiva, in contraddittorio con i soggetti interessati, da parte dei soggetti preposti al controllo.

L'assenza di tali condizioni determina, nel caso di specie, l'illegittimità dell'ordine di rimozione ove riferito, specificatamente, al gestore della rete elettrica, titolare di un diritto di servitù che si occupa della corretta manutenzione e del funzionamento dell'impianto di trasporto dell'energia. Il Tar, in particolare, ha evidenziato, anche sulla scorta della tipologia dei rifiuti presenti nell'area (residui di opere edili che, come tali riconducibili ad attività svolta da terzi), che l'esistenza di una posizione giuridica (servitù di elettrodotto) non costituisce prova della colpevolezza.

Il Giudice amministrativo ha ritenuto insufficiente quanto acclarato dall'Ente lil quale si è limitato ad allegare un generico riferimento alla posizione del gestore della rete quale titolare di diritti reali, nonché di soggetto responsabile della rimozione completa dei rifiuti abbandonati nelle aree individuate sul suolo, evidenziando, quanto all'elemento psicologico della colpa, che "non può ravvisarsi nel fatto che la società abbia la gestione dell’elettrodotto sotto al quale insiste la porzione di terreno sul quale sono stati trovati i rifiuti (circostanza invero nemmeno tracciata nell’atto impugnato, ma desumibile dagli atti di causa). Infatti ... l’obbligo di diligenza va valutato secondo criteri di ragionevole esigibilità, con la conseguenza che va esclusa la responsabilità per colpa anche quando sarebbe stato possibile evitare il fatto solo sopportando un sacrificio obiettivamente sproporzionato".

Appare evidente, pertanto, che la condotta omissiva descritta dall'art. 192 Codice dell'ambiente, affinché sia legittimamente configurabile, necessita di un accertamento o una dimostrazione dell'elemento psicologico che impone una completa istruttoria e un'esauriente motivazione che, nel caso evidenziato, sono stati omessi e disattesi.

La rigidità di tale interpretazione, per un verso, depone a favore di coloro che sono "non colpevoli" dell'abbandono dei rifiuti, per altro verso, rischia di pregiudicare la tutela ambientale nei casi in cui diviene difficile individuare, con estremo rigore, l'autore dell'illecito dell'abbandono.

TAR Puglia Sez. I, 15.2.2023, n. 309

 


La condanna per reato estinto o depenalizzato non determina l'esclusione

La condanna per un reato estinto oppure depenalizzato non comporta l'esclusione dell'operatore economico da una procedura ad evidenza pubblica.

Si tratta di un principio che, sebbene sia stato a lungo accolto positivamente nella giurisprudenza amministrativa, è stato sempre oggetto di un vivace dibattito, forse a causa di una normativa, quella dei contratti pubblici, non molto chiara.

Ci siamo occupati in passato delle incertezze interpretative che risiedevano nell'art. 80, d.lgs. 50/2016 e s.m.i. (qui il link per una consultazione integrale della news).

Ed infatti, il previgente codice dei contratti pubblici (d.lgs. 50/2016 e s.m.i.) disciplinava all'art. 80, comma 3, ultimo periodo, una casistica alquanto complessa, stabilendo i casi in cui l'esclusione dell'operatore economico non poteva essere disposta qualora, fra l'altro, il reato fosse stato depenalizzato ovvero quando il reato fosse stato dichiarato estinto dopo la condanna.

Il problema di fondo si è sempre posto in relazione all'ipotesi di patteggiamento della pena ex art. 444 e ss. c.p.p. accolta favorevolmente dal Pubblico ministero (poi formalizzata con un pronunciamento del Tribunale).

Orbene, il Giudice amministrativo campano, interrogandosi sulla legittimità dell'esclusione comminata da una stazione appaltante nei confronti di un operatore economico che aveva dichiarato la pendenza di applicazione delle pena su richiesta delle parti ai sensi dell'art. 444 c.p.p. per un reato ambientale, ha stabilito la palese violazione della normativa da parte dell'ente in considerazione del fatto che l'esclusione fosse stata disposta su di un reato estinto, in quanto inefficace a produrre effetti circa i requisiti soggettivi della società concorrente della procedura selettiva.

L'iter logico seguito dal Giudice amministrativo è chiaro e lineare: ricostruendo la vicenda penale ed i relativi risvolti, il Tar campano ha chiaramente evidenziato la finalità che ha portato la Società a ricorrere innanzi al Giudice amministrativo, ovvero quella di non vedersi escludere per carenza di un requisito morale tale da minare, specie per il futuro, la sua affidabilità compromettendo la partecipazione a successive gare ad evidenza pubblica.

La pronuncia, in realtà, pone un'ulteriore riflessione fondamentale, laddove si interroga sulla natura e sulla portata escludente della sentenza di patteggiamento: "Il provvedimento di estinzione del reato determina il venire meno di “ogni effetto penale” (art. 460, comma 5, c.p.p.) della condanna e della portata preclusiva della stessa, con l’ulteriore effetto di escludere dagli obblighi di dichiarazione del partecipante le condanne penali per “reati gravi” quelli estinti o depenalizzati. Ciò non perché, una volta intervenuta l’estinzione, il reato non rivesta più il carattere della “gravità”, quanto perché il provvedimento giudiziale dichiarativo di estinzione del reato incide sul potere della stazione appaltante di apprezzare l’incidenza delle sentenze di condanna cui si riferiscono i fatti penalmente rilevanti".

Dunque, secondo il giudizio critico espresso dal Tar campano, l'intervenuta estinzione non fa venir meno il carattere della gravità, bensì influisce sulla discrezionalità della stazione appaltante circa i fatti oggetto della condanna; da tale premessa, il Giudice ne ricava la successiva conseguenza per cui "L’intervenuta dichiarazione di estinzione del reato prevale su ogni valutazione discrezionale della stazione Appaltante in merito all’incidenza della condanna sul requisito di affidabilità morale e professionale dell’operatore economico".

Nell'individuare il paradigma normativo su cui fonda la pronuncia, il Giudice amministrativo coglie l'occasione, per un verso, di acclarare che la sentenza di patteggiamento, a mente del Codice del 2016, è irrilevante essendo decorso il termine del triennio previsto dall'art. 80, comma 10-bis, per altro verso, che il legislatore con il nuovo Codice dei contratti pubblici, in relazione alla sentenza di patteggiamento, "ha reso applicabili ... le indicazioni contenute all’art. 445, comma 1-bis, c.p.p. - disposizione introdotta dall'art. 1, comma 4, lett. e), num. 2) l. 9 gennaio 2019, n. 3 (c.d. “Riforma Cartabia”) - secondo cui <<la sentenza prevista dall'articolo 444, comma 2, anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento, non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi>>".

Nel giungere alla conclusione, il Tar Campano si pone sulla scia dei pronunciamenti giurisprudenziali consolidati, affermando il principio di diritto secondo cui "l’obbligo del partecipante di dichiarare le condanne penali «non ricomprende le condanne per reati estinti o depenalizzati […] in ragione dell’effetto privativo che l’abrogatio criminis (ovvero il provvedimento giudiziale dichiarativo della estinzione del reato) opera sul potere della stazione appaltante di apprezzare la incidenza, ai fini partecipativi, delle sentenze di condanna cui si riferiscono quei fatti di reato”.

Deve cogliersi positivamente l'art. 94, comma 7, d.lgs. 36/2023, il quale conferma, mediante una formulazione più chiara, che l'esclusione non è disposta allorquando il reato è stato dichiarato estinto dopo la condanna.

(Tar Campania Sez. I, 27 settembre 2023, n. 5246)


Il piano triennale 2023 - 2025 di tutela del mare.

Si potrebbe affermare che ci troviamo nel pieno sviluppo della transizione ecologica grazie all'adozione del piano triennale 2023 - 2025 di tutela del mare.

In precedenza ci siamo occupati del correlato tema della tutela specifica delle acque (qui la consultazione integrale della news); oggi, invece, a ricevere maggior tutela è il mare.

Per la prima volta, infatti, l'Italia ha elaborato un indirizzo strategico unitario nell'ambito della politica marittima nazionale, dotandosi di un vero e proprio "Piano del mare", uno strumento essenziale per garantire uno sviluppo sostenibile ed una visione olistica ed omogenea in tutte le filiere marittime costituenti un elemento fondamentale della crescita economica interna.

Il Piano costituisce riferimento privilegiato per gli strumenti di pianificazione di settore, a conferma di come l'azione istituzionale delle singole Amministrazioni debba tenere conto ed essere orientata alla luce delle finalità e degli obiettivi unitariamente definiti in sede di pianificazione governativa.

Sul piano normativo, si tratta di un atto che sorge a seguito dell'adozione del decreto legge 11 novembre 2022, n. 173, attraverso il quale il Governo ha inteso rafforzare il proprio operato in materia di politiche per il mare per la transizione energetica attraverso l'istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri del Comitato interministeriale per le politiche del mare (Cipom), con il compito di assicurare, ferme restando le competenze delle singole amministrazioni, la definizione e il coordinamento degli  indirizzi strategici delle politiche del mare.

La funzione essenziale del Cipom è quella di provvedere, con cadenza triennale, alla elaborazione e approvazione del "Piano del mare", in tale modo definendo gli indirizzi strategici componenti la politica marittima nazionale.

Orbene, si è detto che per la prima volta l'Italia si è dotata di un Piano del mare che, stando al contenuto della nota di presentazione che accompagna il testo normativo, si sviluppa intorno a sedici direttrici, riguardanti gli spazi marittimi, le rotte commerciali, i porti, l'energia proveniente dal mare, la transizione ecologica dell'industria del mare, la pesca e l'acquacoltura, la cantieristica, l'industria armatoriale, il lavoro marittimo, la conservazione degli ecosistemi e le aree marine protette, la dimensione  subacquea e le risorse geologiche dei fondali, il sistema delle isole minori, i turismi e sport del mare, i cambiamenti climatici, la  cooperazione europea e internazionale e la sicurezza.

A ben guardare, dunque, il protagonista del piano non è il "mare" nella sua accezione assoluta ed isolata, bensì è il "mare" in senso trasversale, poiché comprensivo di tutti i fattori ambientali che lo compongono: si potrebbe, dunque, affermare che la novità di rilievo sta proprio nella visione globale della risorsa ambientale, cui il legislatore ben comprende le potenzialità per l'implementazione della transizione energetica.

Soffermandosi sul contenuto del Piano, nella parte introduttiva del documento emerge una delle finalità ovvero quella della "tutela e valorizzazione della risorsa mare dal punto di vista ecologico, ambientale, logistico, economico". Ciò determina più azioni da attuare, quale quella dello sviluppo dell'energia derivante dal mare. Basti pensare che il Piano stabilisce espressamente, per quanto concerne la componente energetica, che "L’Italia per conformazione e posizione geografica è il candidato ideale a diventare l’hub energetico meridionale dell’Europa ... Nel contesto della nuova strategia di sviluppo energetico dell’Italia, il mare può dare un contributo decisivo nella produzione di energia da fonti rinnovabili, quali i parchi eolici offshore ed il moto ondoso, sempre più importanti nel mix energetico a livello europeo e, pur con un passo più rallentato, dell’Italia".

Il Piano del mare fa emergere due obiettivi strategici che il legislatore ha inteso perseguire con questo nuovo strumento di pianificazione:

  • il primo, ovvero che la transizione ambientale ha un "tratto" di colore blu che passa attraverso una tutela rafforzata del mare in ogni sua componente;
  • il secondo, ossia quella di esprimere una visione armoniosa, alta e onnicomprensiva della risorsa marina che, purtroppo, oggi è assente.

(G.U.R.I. n. 248 del 23.10.2023)


cumulo alla rinfusa

Il cumulo alla rinfusa e l'interpretazione autentica dell'art. 225, d.lgs. 36/2023.

cumulo alla rinfusa

Ancora una volta ad essere protagonista delle pronunce giurisprudenziali è lui: il principio del "cumulo alla rinfusa" ovvero il principio relativo alla possibilità, per gli operatori consorziati esecutori privi di specifici requisiti, di utilizzare la qualificazione cumulativa del consorzio stabile stesso.

Il principio è stato esaminato in più occasioni, da ultimo nella precedente news (che è possibile consultare a questo link), con la quale è stata ampiamente illustrata la problematica attinente alle criticità interpretative della normativa vigente e pregressa.

Storicamente, molto brevemente, il principio del cumulo alla rinfusa, elemento tipico delle figure soggettive consortili stabili, ha visto il suo esordio con il codice del 2006; con il successivo codice del 2016, il legislatore ha verosimilmente assunto una posizione intermedia, non ammettendolo esplicitamente e lasciando che la giurisprudenza ne forgiasse il perimetro applicativo.

Il nuovo Codice dei contratti pubblici, ovvero il d.lgs. 36/2023, segna una svolta nell'esaltazione del principio: utili indicazioni pervengono da una recente pronuncia del Giudice amministrativo toscano che passiamo qui in rassegna.

La vicenda attiene ad una procedura ad evidenza pubblica per l'esecuzione di lavori manutentivi stradali ove, ad adire il Giudice amministrativo contro le determinazioni assunte dalla Stazione appaltante, è un operatore economico privato riunito in raggruppamento temporaneo che, nel ritenere che l'aggiudicatario (una figura consortile stabile) avesse designato un'impresa esecutrice associata ma priva dei requisiti, pone in contestazione, tra l'altro, proprio il principio del cumulo alla rinfusa.

Il Giudice amministrativo, ripercorrendo i fatti della vicenda, nonostante la procedura fosse stata indetta sotto la vigenza del codice 2016, esamina la questione utilizzando, validamente, le previsioni contenute nel nuovo Codice, in particolare quelle dell'art. 225, d.lgs. 36/2023, definite in termini di vera e propria "interpretazione autentica".

Il Tar, infatti, osserva che "la problematica deve oggi essere affrontata alla luce della previsione interpretativa di cui all’art. 225, 13° comma prima parte del d.lgs. 31 marzo 2023, n. 36 (nuovo codice dei contratti pubblici) ... Per effetto della disposizione in questione trova pertanto sostanziale applicazione alla fattispecie la previsione di cui all’art. 36, 7° comma del d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163 che espressamente prevede che “il consorzio stabile si qualific(hi) sulla base delle qualificazioni possedute dalle singole imprese consorziate”, così delineando quella strutturazione complessiva sintetizzata dal cd. principio del “cumulo alla rinfusa” ampiamente richiamato dalla giurisprudenza <<più tradizionale>>".

Ciò che rende particolare la pronuncia (meritevole di segnalazione) è l'ulteriore deduzione espressa, laddove il Giudice amministrativo si sofferma proprio sulla natura e ratio della previsione da ultimo introdotta: "Del resto, nella fattispecie non potrebbe neanche dubitarsi della natura di interpretazione autentica della previsione di cui all’art. 225, 13° comma prima parte del d.lgs. 31 marzo 2023, n. 36, essendo pienamente ravvisabili, nella fattispecie, gli elementi indispensabili per poter concludere per la natura interpretativa della norma, come ampiamente noto, costituiti dal fatto che “una norma, per poter essere qualificata di natura interpretativa, deve recare in sé - con sufficiente chiarezza - idonei indici espressivi della volontà (da parte della fonte giuridica che l'introduce) di disporre, appunto, in chiave interpretativa… (e) deve anche risultare topograficamente collocata al di fuori del corpo normativo che reca la disposizione che si reputa di voler interpretare, essendo altrimenti oltremodo singolare che, in seno ad uno stesso testo normativo, compia una norma di un articolo che ne interpreta un'altra di un diverso articolo del medesimo e complessivo articolato”".

Nell'individuare la corretta interpretazione della disposizione, il Giudice amministrativo si spinge ad affermare, in termini generali, che "Nella fattispecie, non si può poi neanche dubitare che la ratio della previsione sia da riportare alla volontà del legislatore di “assegnare alle disposizioni interpretate un significato rientrante tra le possibili letture del testo originario”  ... ovvero di “optare”, in una qualche misura, tra la lettura proposta da parte ricorrente ... e l’opposta lettura proposta dalla Stazione appaltante e dal Consorzio controinteressato (che risulta oggi essere riaffermata normativamente, per effetto della detta norma di interpretazione autentica)".

Il percorso logico motivazionale seguito dal Giudice amministrativo appare completo e la conferma si rinviene, tra l'altro, da una disposizione, quella di cui all'art. 225, d.lgs. 36/2023, che per contenuto e ratio sembra aver ormai dissipato ogni dubbio sull'ammissibilità del principio del cumulo alla rifusa nell'ambito delle procedure ad evidenza pubblica.

(Tar Toscana Sez. I, 27 maggio 2023, n. 512)


I curricula dei professionisti e l'accesso in gara: il sì del Tar Molise.

L'accesso ai curricula dei professionisti allegati all'offerta di gara dell'aggiudicatario può essere oggetto di accesso agli atti da parte degli altri concorrenti, non sussistendo alcuna violazione del diritto alla riservatezza di terzi.

Questo, in sintesi, il principio di diritto espresso dal Tar Molise in relazione ad una controversia avente ad oggetto l'accesso agli atti e documenti di gara di un operatore economico classificatosi secondo nella graduatoria degli offerenti nell'ambito di una procedura ad evidenza pubblica concernente l'affidamento del servizio di assistenza medica presso dei presidi ospedalieri.

In sintesi, il ricorrente si è rivolto al Giudice amministrativo allorquando la Stazione appaltante, a fronte della richiesta di accesso agli atti formulata dal secondo classificato, ha espresso parziale diniego limitatamente ai curricula dei professionisti, curricula che, stando alle previsioni del bando e del disciplinare di gara, costituivano uno dei criteri di attribuzione del punteggio per la valutazione delle offerte ovvero, secondo il Tar, ne costituivano il "nucleo centrale" perchè dimostrativi dell'organizzazione della gestione del servizio.

Il Tar molisano, accogliendo le deduzioni difensive svolte dalla ricorrente, ha accolto il ricorso.

La prima osservazione svolta dal Giudice adito riguarda il perimetro normativo entro il quale l'istanza dell'interessato è da collocarsi: a fronte di più riferimenti normativi riguardanti l'istituto dell'accesso (l. 241/90, d.lgs. 33/2013 e d.lgs. 50/2016), non vi è dubbio che l'accesso inerente una procedura ad evidenza pubblica si colloca, in prima battuta, nello specifico ambito dell'art. 53, d.lgs. 50/2016, istituto oggi non più vigente perchè abolito dal d.lgs. 36/2023, come abbiamo ampiamente illustrato nella precedente news  di cui abbiamo parlato qui.

Richiamando i casi di esclusione dell'accesso previsti dalla normativa, il Giudice amministrativo ha acclarato che nella controversia in questione non vi fosse alcun elemento ostativo all'accesso, attribuendo rilevanza all'accesso cd. con finalità difensive.

Infatti, nell'esporre l'iter logico, il Tar Molise si sofferma proprio sull'articolato di cui alla l. 241/90, in forza del rinvio operato dallo stesso art. 53, d.lgs. 50/2016, constatando la prevalenza dell'accesso rispetto alla riservatezza, ricavando specificatamente che non si è al cospetto "di dati sensibili, in presenza dei quali l'accesso sarebbe consentito solo nei limiti in cui esso sia strettamente indispensabile: tali dati sono difatti da identificarsi, ai sensi dell’art. 9 del Regolamento UE del 27/04/2016 n. 679 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati (il regolamento sulla protezione dei dati – GDPR, cui fa rinvio l’art. 22, comma 2, d.lgs. n. 101/2018), unicamente nei “dati personali che rivelino l'origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l'appartenenza sindacale, nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all'orientamento sessuale della persona".

Nel caso di specie si è osservato che la richiesta di accesso avanzata dalla ricorrente, stante la specifica finalità dedotta, non riguardava che il contenuto tipico proprio dei curricula, riflettente il percorso di studio e di esperienze professionali dei relativi professionisti. Onde qualsiasi eventuale dato personale –al di là di quelli certamente riservati come le generalità- considerato eccedente tale tipologia di contenuti, avrebbe dovuto essere preventivamente “schermato” dall’Amministrazione.

Per giustificare l'accoglimento del ricorso, il Giudice amministrativo chiarisce che "L’art. 22 della legge n. 241/1990 stabilisce ... che per "controinteressati" debbano intendersi “tutti i soggetti, individuati o facilmente individuabili in base alla natura del documento richiesto, che dall'esercizio dell'accesso vedrebbero compromesso il loro diritto alla riservatezza”. Nella specie concreta, però, avendo i professionisti in rilievo consentito all’impiego dei loro curricula per la partecipazione a una gara pubblica tesa all’affidamento di una commessa (al cui espletamento avrebbero poi collaborato), la possibilità di un accesso agli stessi curricula da parte di altro concorrente della gara non è idonea a integrare alcuna apprezzabile compromissione del diritto alla riservatezza dei suddetti professionisti".

I curricula in questione, secondo la tesi del Tar, in quanto assunti a elementi integrativi della relativa offerta tecnica, erano con ciò stesso già usciti dalla sfera personale dei loro titolari, e confluiti nell’ambito del materiale documentale proprio della stessa offerta, nel più ampio contesto di un procedimento competitivo soggetto per legge a canoni di trasparenza e accessibilità, sicché la possibilità dell’accesso del concorrente in gara rientrava nell'alveo delle conseguenze prevedibili del consenso preventivo che gli stessi professionisti avevano prestato.

La pronuncia in questione, dunque, pone certamente una riflessione sul difficile equilibrio tra due diverse e contrapposte esigenze: da un lato, garantire la riservatezza dei candidati (in questo caso esclusa), dall'altro lato rendere effettiva la trasparenza laddove ha come finalità quella di promuovere la difesa in giudizio, quale diritto costituzionalmente protetto; non può sottacersi che, in tal contesto, viene in rilievo anche la questione dell'accesso ai documenti dell'offerta dell'operatore economico, questione ampiamente dibattuta dalla giurisprudenza amministrativa che, spesso e volentieri, ha precluso qualsivoglia atto di discovery (specie allorquando vi siano elementi specifici di tutela del know how professionale dell'operatore economico).

(Tar Molise Sez. I, 27 giugno 2023, n. 201)


Ecomafie 2023: le preoccupazioni nel rapporto di Legambiente.

84 (ottantaquattro). Nessun riferimento alla smorfia napoletana (che agli occhi dei più attenti rappresenta l'edificio di culto nel cristianesimo), bensì è il numero di reati ambientali (ecomafie) che ogni giorno si commettono (e che, con ogni probabilità, oggi sono stati commessi).

Il rapporto edito da Legambiente e reso pubblico martedì 11 luglio 2023 è chiaro: nel 2022 non si arresta la morsa delle ecomafie; i reati contro l'ambiente sono in costante crescita e, osservando la filiera produttiva nel 2022, quelli dell'abusivismo edilizio e degli appalti sono i settori economici in cui è stato registrato un incremento maggiore.

Non a caso quello l'edilizia, pubblica o privata quale essa sia, ha da sempre rappresentato il settore trainante dell'economia nazionale.

In passato ci siamo occupati della questione ambientale sotto il profilo della tutela che l'ordinamento giuridico accorda ai singoli riguardo gli strumenti risarcitori azionabili, evidenziando come l'ordinamento interno risulti alquanto lacunoso (qui il link della news per una consultazione integrale).

L'associazione ambientalista (forse sarebbe riduttivo definirla così) Legambiente, annualmente, elabora un documento di sintesi che riepiloga il numero di fattispecie delittuose ed illeciti amministrativi che si commettono nel nostro territorio sul fronte ambientale.

Nel nostro ordinamento giuridico, oltre al d.lgs. 152/2006 e s.m.i. recante norme in materia ambientale, le fattispecie delittuose sono state previste con la legge 22 maggio 2015, n. 68, la quale ha introdotto con l'art. 1 il titolo VI-bis del codice penale, rubricato specificatamente "Dei delitti contro l'ambiente", con il chiaro obiettivo di garantire una maggior tutela alla componente ambientale laddove la stessa risulti essere compromessa, ad esempio, a seguito di inquinamento.

Il dossier Legambiente 2023 contiene dei dati allarmanti: il numero di reati ed illeciti amministrativi risulta essere in constante crescita, segno che il cd. "virus della corruzione ambientale" è ampiamente diffuso e le attuali forme di tutela non risultano essere particolarmente efficienti.

Basti pensare, stando al contenuto del dossier, che a pesare sono, non solo il business dell'edilizia abusiva, ma anche i reati contro la fauna, il ciclo illegale dei rifiuti ed i reati legati a roghi dolosi e colposi.

In tal contesto, sempre secondo il dossier Legambiente, parrebbe avere un "peso" alquanto significativo anche il numero dei Comuni sciolti per mafia e la crescita dell'associazioni criminali che incrementano la "filiera" delle ecomafie.

Si tratta di dati di fondamentale importanza, non solo per il fatto che fotografano la realtà ambientale esistente, ma altresì consentono di cogliere la pericolosità del problema che espone la salute umana ad una serie di pregiudizi irreversibili; per questa ragione, è la stessa Associazione ad affermare quali sono gli strumenti da mettere in campo: "Per Legambiente quella contro l’ecomafia è una doppia sfida, che si può vincere da un lato rafforzando le attività di prevenzione e di controllo nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo delle risorse stanziate con il Piano nazionale di ripresa e resilienza; dall’altro mettendo mano con urgenza, a partire dall’Europa, a un quadro normativo condiviso su scala internazionale, con cui affrontare una criminalità organizzata ambientale che non conosce confini. Dieci le proposte di modifica normativa presentate oggi dall’associazione ambientalista per rendere più efficace l’azione delle istituzioni a partire dall’approvazione delle riforme che mancano all’appello, anche in vista della prossima direttiva Ue sui crimini ambientali, di cui l’Italia deve sostenere con forza l’approvazione entro l’attuale legislatura europea".

Le parole suonano come un avvertimento rivolto al legislatore: per un verso, le misure di prevenzione atte a scongiurare il verificarsi di tali eventi sono insufficienti, per altro verso, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (che nel settore ambientale ha riposto buona parte delle proprie risorse) potrebbe rappresentare un nuovo traguardo verso una significativa riduzione del numero dei reati.

Certamente, le azioni concrete devono adottarsi già al livello "di prossimità": i piccoli gesti quotidiani, quale ad esempio il corretto conferimento dei rifiuti domestici, possono certamente contribuire a raggiungere il traguardo sperato, auspicando di raggiungere quello che nella smorfia è il numero che, per eccellenza, rappresenta il nostro Paese: il numero 1 ossia l'Italia, la Patria (nb: lo 0, purtroppo, non è contemplato nella smorfia, ma sarebbe il vero traguardo da raggiungere!).

(Comunicato stampa Legambiente)


L'aggiudicazione di appalti a società russe: il Tar "fissa" le regole.

L'attuale normativa unionale non consente ad un cittadino o una persona fisica o giuridica, un'entità o un organismo stabiliti in Russia di partecipare ad una procedura ad evidenza pubblica rientrante nell'ambito di applicazione delle direttive sugli appalti pubblici o eseguire contratti pubblici.

Si tratta di un principio che è stato affermato in una recente pronuncia del Giudice amministrativo, il quale è stato investito da un'impresa che lamentava l'errata aggiudicazione disposta dal Ministero degli Esteri nell'ambito di una procedura ad evidenza pubblica per l'affidamento di servizi attinenti le attività ausiliarie al rilascio di visti di ingresso in Italia e legalizzazioni.

Ci siamo occupati, in precedenza, degli impatti provocati dal conflitto bellico nella normativa interna italiana, specie allorquando il legislatore italiano è corso ai ripari avverso l'aumento dei costi energetici mediante una normativa specifica (questo link è possibile consultare la news in via integrale).

Prima di entrare nel merito della vicenda qui in commento, è bene rilevare che il Giudice amministrativo ha affrontato la questione relativa all'assetto societario dell'impresa aggiudicataria, iraniana nel caso di specie con partecipazioni estere, acclarando, all'esito di tale verifica, l'infondatezza del ricorso proprio perchè la società aggiudicataria dei servizi non rientrava nell'ambito delle esclusioni di cui alla normativa unionale.

Il Giudice amministrativo, nel corso della disamina della vicenda, ha approfondito la normativa di settore, la quale si compone dal Regolamento UE n.833/2014, così come modificato con Regolamento UE n.576/2022, il quale introduce delle misure restrittive in considerazione delle azioni della Russia che destabilizzano la situazione in Ucraina.

Nei considerando introduttivi del Regolamento, il diritto unionale prevede, in generale, una serie di principi che l'Unione ha inteso introdurre per fronteggiare, mediante iniziative restrittive di carattere economico-finanziario, le inammissibili attività belliche russe in danno dell'Ucraina, prevedendo, ad esempio, l'opportunità di applicare restrizioni sulle esportazioni di determinati beni e tecnologie a duplice uso, e sulla prestazione dei servizi connessi, nonché applicare restrizioni su determinati servizi connessi alla fornitura di armi e materiale militare.

Nel caso sottoposto al Giudice amministrativo, la disposizione che viene posta al centro dell'attenzione è l'art. 11 del Regolamento, il quale stabilisce che “È vietato aggiudicare o proseguire l'esecuzione di qualsiasi contratto di appalto pubblico o di concessione rientrante nell'ambito di applicazione delle direttive sugli appalti pubblici, nonché dell'articolo 10, paragrafi 1 e 3, paragrafo 6, lettere da a) a e), e paragrafi 8, 9 e 10, e degli articoli 11, 12, 13 e 14 della direttiva 2014/23/UE, degli articoli 7 e 8, dell'articolo 10, lettere da b) a f) e da h) a j), della direttiva 2014/24/UE, dell'articolo 18, dell'articolo 21, lettere da b) a e) e da g) a i), e degli articoli 29 e 30 della direttiva 2014/25/UE, nonché dell'articolo 13, lettere da a) a d), da f) a h) e j), della direttiva 2009/81/CE, a o con:

a) un cittadino russo o una persona fisica o giuridica, un'entità o un organismo stabiliti in Russia;

b) una persona giuridica, un'entità o un organismo i cui diritti di proprietà sono direttamente o indirettamente detenuti per oltre il 50 % da un'entità di cui alla lettera a) del presente paragrafo; oppure

c) una persona fisica o giuridica, un'entità o un organismo che agiscono per conto o sotto la direzione di un'entità di cui alla lettera a) o b) del presente paragrafo, compresi, se rappresentano oltre il 10 % del valore del contratto, subappaltatori, fornitori o soggetti sulle cui capacità si fa affidamento ai sensi delle direttive sugli appalti pubblici”.

La misura restrittiva prevista dal Regolamento, dunque, opera attraverso un criterio soggettivo, criterio che nella vicenda esaminata dal Tar laziale non ricorreva, in quanto la società aggiudicataria era sì composta da una società russa, ma quest'ultima non raggiungeva la proprietà del 50% del capitale della società di altro Stato (escluso dalle disposizioni del Regolamento).

Per tali ragioni, il Giudice amministrativo ha confermato la legittimità dell'aggiudicazione disposta dall'Ente ministeriale.

Ora, a prescindere dagli aspetti propri della vicenda esaminata, ciò che rileva nel caso di specie è che allorquando ricorrono i presupposti sanciti dal Regolamento, qualsiasi operatore economico non può concorrere all'affidamento di una commessa pubblica; agli occhi dei più esperti tale meccanismo potrebbe apparire lesivo della concorrenza, ma è altrettanto vero che tali misure (imposte a livello unionale) sono finalizzate a tutelare, seppur in via trasversale, l'integrità territoriale, la sovranità e l'indipendenza dell'Ucraina onde promuovere una soluzione pacifica della crisi, interessi che possono certamente porsi su di un piano sovrastante (e che recedono) rispetto alla concorrenza.

(Tar Lazio Sez. III, 27 aprile 2023, n. 7251)


Il diritto di accesso agli atti nel d.lgs. 36/2023.

Il diritto di accesso agli atti è disciplinato nel nuovo Codice dei contratti pubblici (d.lgs. 36/2023 e s.m.i.) attraverso due previsioni normative, ovvero gli articoli 35 e 36 recanti, rispettivamente, l'accesso agli atti e la riservatezza, nonché le norme procedimentali e processuali in tema di accesso.

Non può non constatarsi che le previsioni citate sono riportate nella Parte II del Codice, dedicata alla digitalizzazione: si vedrà come tale scelta è tutt'altro che casuale.

Prima di affrontare, sinteticamente, gli aspetti dell'istituto e gli impatti generati dal nuovo Codice dei contratti pubblici e su quello processuale (in relazione al quale è stato affrontato un apposito studio), è necessario chiarire che la disciplina in questione non introduce modiche ai principi fondamentali sanciti dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, e s.m.i., bensì reca previsioni specifiche per l'accesso agli atti delle procedure di affidamento e di esecuzione dei contratti che assumono un carattere pubblicistico.

Più volte abbiamo affrontato le problematiche che pone l'istituto dell'accesso agli atti rispetto ad una procedura ad evidenza pubblica; ad esempio, a questo link è possibile consultare una precedente news sul tema dell'accesso eseguito da un operatore economico non invitato alla selezione.

Il nuovo Codice dei contratti pubblici, nell'ottica di perseguire la tutela della trasparenza e la pubblicità degli atti, ha ridefinito il quadro normativo pregresso, prevedendo, con due diverse disposizioni, il nuovo istituto dell'accesso agli atti che, certamente, risente (in termini positivi) dell'innovativo processo di digitalizzazione che il legislatore ha voluto attuare sotto molteplici direzioni.

Le novità di rilievo introdotte possono essere così sintetizzate:

  • l'art. 35, operando un rinvio esterno alle previsioni specifiche di cui alla legge sull'accesso agli atti e all'accesso civico generalizzato (la cui applicabilità alla fattispecie concernente i contratti pubblici è stata acclarata da Cons. Stato Ad. Plen. 2 aprile 2020, n. 10), sancisce l'obbligo in capo alle stazioni appaltanti e agli enti concedenti di assicurare l'accesso agli atti delle procedure di affidamento e di esecuzione dei contratti pubblici in modalità digitale, prevedendo, con esclusione dei contratti secretati, i momenti esatti delle fasi ove l'esercizio del diritto di accesso si realizza concretamente e dei casi specifici di esclusione dell'accesso (ad esempio, relazioni riservate, pareri legali, ecc. ...), fatti salvi i casi di indispensabilità ai fini della difesa in giudizio (da parte del concorrente);
  • l'art. 36 (con una formulazione poco chiara) introduce le norme procedimentali e processuali propedeutiche ad assicurare l'accesso in modalità digitale stabilendo, specificatamente, che le informazioni sono rese disponibili attraverso la cd. "piattaforma di approvvigionamento digitale" e che eventuali impugnazioni avverso documenti oscurati  possono essere proposto con ricorso notificato e depositato "entro dieci giorni dalla comunicazione digitale della aggiudicazione";
  • l'art. 35, a differenza dell'art. 36 (che modifica parzialmente il d.lgs. 104/2010 e s.m.i.), ha portata tendenzialmente generale, poiché la seconda attiene alle dinamiche "interne" alle procedure ad evidenza pubblica;
  • la previsione contenuta nell'art. 36 di diffusione delle informazioni degli appalti aggiudicati consente di elevare ad "interesse pubblico" l'offerta così da consentire, almeno astrattamente, a tutti i cittadini, di conoscere le modalità con cui agisce la pubblica amministrazione.

Alla luce delle novità introdotte, non possiamo che evidenziare che il nuovo istituto dell'accesso agli atti certamente si pone in una prospettiva innovativa e semplificativa, laddove, per un verso, si promuovere la modalità digitale, per altro verso, si riducono i termini processuali (15 giorni rispetto ai canonici precedenti 30 giorni) per la proposizione di eventuali ricorsi avverso le decisioni assunte dalla stazione appaltante (di oscurare parti delle offerte, secondo il paradigma normativo).

Certamente la lettura delle previsioni, di quelle contenute nell'art. 36 in particolare, destano serie perplessità laddove comprimono significativamente i termini per agire in giudizio e, secondariamente, aderendo ad un'interpretazione estensiva, troverebbero applicazione in tutte le ipotesi di diniego di accesso e non limitatamente alle "decisioni assunte sulle eventuali richieste di oscuramento di parti delle offerte" (cfr. art. 36, co. 3, d.lgs. 36/2023 e s.m.i.).

(AA.VV, Relazione sulle ricadute del nuovo codice dei contratti pubblici sul processo amministrativo, giustizia-amministrativa.it, 2023)


Amianto e coperture: gli incentivi per impianti fotovoltaici sui tetti.

Il processo di transizione ambientale, energetica in particolare, si potrebbe dire che è cominciato alcuni anni addietro, come dimostra la normativa specifica di settore che ha previsto delle forme di incentivi per coloro i quali avessero realizzato degli impianti energetici (fotovoltaici) in sostituzione di coperture contenenti eternit e/o amianto.

In precedenza ci siamo occupati delle problematiche attinenti all'aumento del costo dell'energia (qui il link ove è possibile consultare la news sul tema) che certamente influisce sul tema che stiamo affrontando.

Come è noto, il materiale eternit/amianto (a questo link è possibile consultare gli effetti dannosi per la salute) ha trovato un vasto impiego come isolante o coibente e, secondariamente, come materiale di rinforzo e supporto per altri manufatti sintetici (mezzi di protezione e tute resistenti al calore); attualmente l’impiego è proibito per legge, tuttavia la liberazione di fibre di amianto da elementi strutturali preesistenti, all'interno degli edifici, può avvenire per lento deterioramento di materiali che lo contengono oppure per danneggiamento diretto degli stessi da parte degli occupanti o per interventi di manutenzione.

La presenza di tali materiali rappresenta, pertanto, un problema di carattere ambientale serio.

A fronte del divieto di utilizzo imposto, nel corso degli anni il legislatore ha inteso promuovere un processo di smaltimento finalizzato all'eliminazione di tutte quelle opere contenenti amianto: per promuovere tale processo, il legislatore ha introdotto, tra l'altro, delle misure straordinarie di incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici ove installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto.

Tale sistema di incentivazione prevede un maggior contributo economico (premio) che il Gestore dei servizi energetici (GSE) riconosce rispetto alla componente incentivante della cd. "tariffa base": la maggiorazione è del 5%.

La normativa di settore si ricava dal D.M. 5 maggio 2011 e s.m.i.

Naturalmente, nel corso degli anni sono sorti numerosi contenziosi legati al sistema incentivante.

La vicenda che qui si esamina è riferita ad una controversia insorta tra una società agricola ed il GSE, il quale, all'esito del procedimento di verifica dell'impianto fotovoltaico realizzato dall'impresa, aveva constatato che l'intervento di installazione dei moduli fotovoltaici non aveva comportato la rimozione e lo smaltimento della totale superficie di eternit esistente, escludendo, dunque, il riconoscimento delle premialità previste dalla normativa.

Avverso il provvedimento di non riconoscimento delle maggiorazioni è insorta la Società, lamentando diversi profili critici, tra cui quello secondo il quale l'attribuzione del premio era da riconoscere in quanto l'intervento era realizzato all'interno di una "porzione omogenea di copertura" ovvero sulla porzione di un edificio autonomo rispetto al complesso immobiliare cui era ricompresa la copertura.

Prescindendo dagli aspetti specifici della questione, il Tar laziale ha accolto il ricorso proposto dall'operatore economico e, richiamando la normativa di settore, ha acclarato che "Come emerge dalle citate Regole applicative, l’attribuzione del premio in argomento presuppone la rimozione delle preesistenti coperture in eternit/amianto relativamente alla falda di tetto o porzione omogenea della copertura su cui si intende installare l’impianto fotovoltaico, condizione che la ricorrente, ad avviso del Collegio, ha rispettato. 7.3. Dalla planimetria catastale prodotta in giudizio ... risulta, infatti, con evidenza che l’edificio sul quale è stato realizzato l’impianto – che peraltro occupa integralmente la copertura dello stesso, come pure emerge dalle fotografie in atti - è distinto e separato rispetto agli altri edifici – pur limitrofi – sui quali permane invece la copertura preesistente, configurando in tal modo la “porzione omogenea” rilevante ai fini della maggiorazione per cui è causa".

Il Giudice amministrativo, dunque, facendo leva sullo stato dei luoghi, ha riconosciuto espressamente il rispetto della normativa da parte del soggetto interessato e, correlativamente, la portata applicativa del premio incentivante, attribuendo rilevanza proprio all'impianto energetico realizzato su un edificio in sostituzione della precedente copertura, in quanto nociva per l'ambiente e la salute dell'uomo.

A ben guardare, dunque, il processo di transizione energetica passa necessariamente anche attraverso queste particolari forme e modalità di incentivi premiali che consentono a coloro che eseguono opere di miglioramento ambientale (tramite rimozione e smaltimento di coperture in eternit/amianto con la sostituzione di pannelli solari) di conseguire un maggior introito (e risparmio di costi) dall'energia pulita e, conseguentemente, di promuovere una maggiore tutela dell'ambiente laddove si eliminano le sostanze dannose e pericolose per l'uomo.

(Tar Lazio Sez. Terza Ter, 22 maggio 2023, n. 8721)