La compatibilità urbanistica ed ambientale ex art. 208 degli impianti di recupero dei rifiuti: il caso di un autodemolitore.

Gli impianti di recupero dei rifiuti rappresentano una componente essenziale nel processo produttivo economico, specie in questo particolare momento storico in cui l'economia circolare (che, secondo la definizione tradizionale, rappresenta un modello di produzione e consumo che implica, tra l'altro, il riutilizzo ed il riciclo dei materiali affinché i beni abbiano maggior vita) è divenuta un tema politico-economico chiave.

Tuttavia, la pur pregevole finalità necessita di un bilanciamento del contrapposto interesse della tutela dell'ambiente, intesa quale corollario della compatibilità economica funzionale alla promozione dello sviluppo sostenibile.

In tal contesto, la questione della realizzazione di impianti di recupero dei rifiuti si colloca, certamente, nell'eterna lotta tra promozione dell'ambiente e salvaguardia del territorio, scenario in cui la compatibilità ambientale ed urbanistica rappresenta il presupposto indefettibile per la realizzazione di qualsivoglia iniziativa imprenditoriale.

La pronuncia in commento consente di esaminare proprio l'aspetto della compatibilità ambientale ed urbanistica seppur in un caso in cui l'impianto è già esistente, ma necessita di un atto autorizzativo espresso indispensabile per l'esercizio dell'attività.

In generale, la realizzazione di un impianto di rifiuti (preme segnalare l'interessante tema esaminato precedentemente sulla questione del principio di prossimità per lo smaltimento dei rifiuti urbani non differenziati) presuppone, secondo le disposizioni di cui all'art. 208 e ss., l. 152/2006 e s.m.i., di un'autorizzazione alla realizzazione e gestione nell'ambito della quale i molteplici interessi esistenti, spesso contrastanti, necessitano di una valutazione in funzione anche dell'ubicazione in cui l'impianto produttivo sorgerà.

La vicenda in commento riguarda, in particolare, un impianto di gestione di rifiuti, un'autodemolizione nello specifico ubicata nella regione Lazio.

La vicenda trae origine da una società operante nel settore da oltre venti anni la quale ha impugnato, unitamente a tutti gli atti inerenti e presupposti, il provvedimento con il quale l’amministrazione comunale ha concluso negativamente la conferenza di servizi indetta in relazione al procedimento di rilascio dell’autorizzazione ex art. 208 del d.lgs. n. 152/2006.

La determinazione conclusiva della conferenza, in particolare, ha fondato il diniego sulla ritenuta assenza dei requisiti urbanistici e ambientali previsti per la realizzazione degli impianti di autodemolizione dalla normativa vigente e, in particolare, dal citato art. 208 del d.lgs. n. 152/2006 e dal d.lgs. n. 209/2003.

Al fine di ottenere l’autorizzazione definitiva all’esercizio dell’attività, quale alternativa alla delocalizzazione imposta dall'ente comunale (procedimento tuttavia non attuato), la società riceveva il provvedimento di diniego dell'amministrazione con il quale l'Ente respingeva l’istanza per assenza di requisiti urbanistici ed ambientali.

Tra i motivi di ricorso proposti dalla ricorrente, quello che risulta prioritariamente infondato è quello che fa leva sulle risultanze dell'attività valutativa ex art. 208, d.lgs. 152/2006.

Nella ricostruzione operata dal T.A.R., il primo richiamo è proprio alla disciplina di cui all'art. 208, d.lgs. n. 152/2006 che, al primo comma, così recita: “I soggetti che intendono realizzare e gestire nuovi impianti di smaltimento o di recupero di rifiuti, anche pericolosi, devono presentare apposita domanda alla regione competente per territorio, allegando il progetto definitivo dell'impianto e la documentazione tecnica prevista per la realizzazione del progetto stesso dalle disposizioni vigenti in materia urbanistica, di tutela ambientale, di salute, di sicurezza sul lavoro e di igiene pubblica. Ove l'impianto debba essere sottoposto alla procedura di valutazione di impatto ambientale ai sensi della normativa vigente, alla domanda è altresì allegata la comunicazione del progetto all'autorità competente ai predetti fini ...”.

Secondo il T.A.R., "La compatibilità urbanistica ed ambientale dell’impianto costituisce, dunque, presupposto imprescindibile per procedere al rilascio dell’autorizzazione definitiva di cui al menzionato art. 208 del d.lgs. n. 152/2006 - nel quale, infatti, si fa espresso riferimento all'esigenza di documentare la conformità del progetto di impianto alla normativa urbanistica ed alla valutazione in sede di conferenza dei servizi, della compatibilità dello stesso con le esigenze ambientali e territoriali – sicché, ove essa manchi, il titolo autorizzatorio definitivo non può essere rilasciato".

Appare di rilievo la conclusione a cui giunge il Giudice amministrativo, proprio sulla funzione economico - ambientale che svolgono gli impianti di recupero dei rifiuti, degli autodemolitori in particolare "... non risulta conforme ai parametri di efficienza, buon andamento ed efficacia dell’azione amministrativa una situazione, quale quella esistente attualmente nel territorio di Roma Capitale, che paralizza sine die le attività di trattamento dei veicoli fuori uso e/o di trattamento dei rifiuti metallici ferrosi e non ferrosi che, seppure private e con finalità di lucro, sono comunque funzionali anche ad esigenze di smaltimento dei rifiuti e sanitarie del territorio metropolitano".

Secondo la prospettazione operata dal T.A.R. laziale "È, perciò, necessario, per le ragioni suesposte, in primis, al fine di tutelare la salute della popolazione e il rispetto dell’ambiente, nonché per soddisfare le esigenze di natura commerciale ed economica della filiera dei demolitori/rottamatori e, non da ultimo, per assicurare ai cittadini di Roma Capitale la possibilità di rottamare nel proprio territorio i veicoli in disuso, attuare la delocalizzazione in tempi quanto più brevi possibili. Sia il D.Lgs 209/2003, sia l’art. 6 bis, introdotto dalla LR n. 13/2018 nella LR n. 27/1998, sollecitano una rilocalizzazione degli impianti in quanto solo in questo modo si può addivenire ad una disciplina di settore che contemperi le esigenze pubbliche con quelle economiche e produttive delle attività".

(Tar Lazio Sez. II, 16.9.2020 n. 9588)


Il mancato possesso dell'iscrizione all'Albo Nazionale Gestori Ambientali è causa di esclusione.

La gestione dei rifiuti è una delle attività economiche di particolare rilievo nello scenario del mercato globale.

Detta attività, stante le molteplici peculiarità che la caratterizzano, presuppone una normativa di settore piuttosto specifica che impone, sotto molteplici profili, il rispetto di particolari misure e condizioni volte a proteggere, nel complesso, l’ambiente e la salute umana.

Uno degli aspetti più caratteristici è certamente quella speciale abilitazione (che si consegue mediante iscrizione in un apposito albo professionale) che un operatore del settore deve possedere affinché possa gestire (secondo la nozione tradizionale espressa dall'art. 183, co. 1, lett. n), d.lgs. 152/2006 e s.m.i.) i materiali classificati come rifiuti.

Infatti, se per un verso il legislatore nazionale ha previsto (seppur con alcune limitazioni per particolari categorie) la libera circolazione sul territorio nazionale dei rifiuti da parte di imprese o enti, d'altra parte ha imposto a tali operatori l'obbligo di iscrizione presso l'Albo nazionale gestori ambientali, istituito presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio.

La disciplina di dettaglio è contenuta, in via prevalente, nell'art. 212, d.lgs. 152/2006 e s.m.i., recante norme in materia ambientale, la quale dispone un particolare regime, prevedendo un sistema di iscrizione distinto in diverse categorie a seconda delle attività specifiche svolte, ognuna delle quali distinta a sua volta in classi per volumi di attività.

L'iscrizione presso la Sezione regionale di competenza dell'Albo nazionale gestori ambientali da parte dell'operatore economico costituisce un requisito essenziale per lo svolgimento dell'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti.

Detta considerazione è di fondamentale importanza ove si consideri che la disciplina degli appalti pubblici, come si evince dall'art. 89, co. 10, d.lgs. 50/2016 e s.m.i., introduce una limitazione all'istituto dell'avvalimento per soddisfare il possesso del requisito dell'Albo nazionale gestori ambientali da parte del concorrente nelle procedure ove tale requisito è previsto per l'esecuzione dell'attività d'appalto.

Sulla questione, la giurisprudenza amministrativa (e gli orientamenti espressi dall'Anac, da ultimo vedasi ANAC, Adunanza del 27.7.2017) nel corso degli anni ha superato la qualificazione del possesso dell'iscrizione all'Albo quale requisito di esecuzione, giungendo, anche a seguito della novella operata alla disciplina generale del codice appalti, a ricondurlo in termini di requisito di partecipazione non avallabile.

Il caso affrontato dal Tar campano ed oggetto del commento conferma la natura di requisito di partecipazione dell'Albo nazionale gestori ambientali, requisito indefettibile di cui l'operatore economico concorrente deve esserne in possesso al momento della scadenza della presentazione delle offerte.

In particolare, la società ricorrente, classificatasi seconda in graduatoria in una procedura concernente l'affidamento del servizio di igiene urbana e raccolta differenziata, ha censurato il provvedimento di aggiudicazione adottato dall'Ente nei confronti di altro operatore.

L'operatore controinteressato, resistendo al gravame, ha eccepito l'inammissibilità del ricorso sulla base dell'assunto, poi risultato fondato, che la ricorrente fosse priva del requisito di partecipazione dell'iscrizione all'albo nazionale gestori ambientali (A.N.G.A.), previsto a pena di esclusione dalla lex specialis.

Il Tribunale amministrativo, dichiarando inammissibile il ricorso, ha sostanzialmente accolto la tesi difensiva dell'operatore aggiudicatario non avendo la società ricorrente offerto la prova del possesso del requisito di iscrizione all'Albo.

Il Giudice amministrativo ha precisato che "L’iscrizione all'ANGA è requisito di natura soggettiva che inerisce alla idoneità professionale degli operatori, a norma dell’art. 83, comma 1, lett. a) del d.lgs. n. 50/2016 e costituisce titolo autorizzatorio per l’esercizio dell’attività di raccolta e trasporti dei rifiuti."

Richiamando poi la giurisprudenza consolidata, il Tar ha precisato che “L’iscrizione all'Albo Nazionale dei Gestori Ambientali per le categorie richieste è requisito di tipo soggettivo, intrinsecamente legato al soggetto e alla sua idoneità a porsi come valido e affidabile contraente per l'Amministrazione e che, pertanto, deve essere posseduto direttamente dalle imprese che partecipano alla gara, senza possibilità di mediazione attraverso il ricorso a rapporti negoziali di avvalimento né a contratti di consorzio.

Per l'esatto inquadramento del requisito, il Tar ha ulteriormente specificato che "l’iscrizione all'ANGA è un requisito soggettivo che va posseduto già alla scadenza del termine di presentazione delle offerte e non al momento di espletare il servizio, il quale, in caso contrario, verrebbe ad essere aggiudicato all'esito di una competizione in cui non è certo che il vincitore possa conseguire tale certificata professionalità, indispensabile per la corretta conduzione dell’affidamento".

(Tar Campania Sez. VIII, 2.7.2020, n. 2805)


Il principio di precauzione nei giudizi di compatibilità ambientale: il rischio ambientale non deve essere ipotetico.

La quarta Sezione del Consiglio di Stato ha affrontato, con una recente pronuncia, una delle tematiche ambientali più attuali ovvero il principio di precauzione nell'ambito della vicenda relativa alla realizzazione di una centrale di compressione del gas che interessa il metanodotto della cd. "Rete Adriatica".

Sotto il profilo tecnologico, si tratta di un'opera strategica particolarmente complessa che, in linea generale, assolve alla finalità di incrementare la pressione presente all'interno delle tubature del gas naturale che, nel caso del nostro Paese, proviene in massima parte da giacimenti che si trovano all'estero: l'infrastruttura, in questo modo, è in grado di fornire la necessaria spinta per percorrere la rete nazionale dei metanodotti e arrivare agli utilizzatori, ovvero alle famiglie e alle industrie.

La costruzione e gestione di tali infrastrutture passa, necessariamente, attraverso il conseguimento da parte del proponente di una particolare autorizzazione ambientale, che si articola in un procedimento complesso nell'ambito del quale viene espresso sostanzialmente un giudizio di compatibilità ambientale da parte dell'ente competente (il Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare nel caso di specie, ente appellato insieme ad altri), la cui disciplina si ricava, in via generale, dal d.lgs. 152/2006 e s.m.i.

Uno degli aspetti interessanti della vicenda attiene alla presunta inadeguatezza delle soluzioni tecniche seguite per progettare l’opera, che, secondo la prospettazione offerta dall'ente regionale appellante, rappresenterebbe comunque un pericolo per l’ambiente; tuttavia, nel merito, il Supremo Consesso amministrativo ha ritenuto l'appello infondato.

Le motivazioni giuridiche espresse dal Consiglio di Stato appaiono certamente interessanti sul piano della ricostruzione del quadro normativo applicabile.

Il Giudice d'appello opera preliminarmente un richiamo ai circoscritti poteri di cui dispone il Giudice amministrativo nell'ambito delle scelte operate dalle pubbliche amministrazioni (il ministero, in questo caso) nell'esercizio delle proprie funzioni: "... per principio giurisprudenziale del tutto pacifico ... le scelte adottate dall'amministrazione nel programmare e progettare opere come quelle per cui è causa sono scelte tecniche soggette ad ampia discrezionalità, e come tali non sono sindacabili dal Giudice amministrativo se non in casi di esito abnorme o manifestamente illogico, esito che secondo logica deve essere dimostrato da chi contesta le scelte stesse. In tali termini, occorre allora osservare che la ricorrente appellante si è limitata ad asserire che l’opera sarebbe inadeguata, in particolare sotto il profilo del rischio sismico, ma non ha reso concreta tale affermazione. In altre parole, non ha dato la specifica dimostrazione di quali sarebbero le scelte manifestamente illogiche compiute nel progettare la centrale in questione".

Segue poi un'ulteriore considerazione che costituisce il nucleo centrale delle valutazioni di merito espresse dal Consiglio di Stato, la quale fa leva proprio sui principi ambientali applicabili al caso di specie: " ... tutta la normativa di cui al d. lgs. 152/2006 è ispirata al rispetto del principio di precauzione, e pertanto affermare, come fatto nella sentenza impugnata, e come è incontestato, che le procedure di VIA ed AIA ivi previste sono state rispettate significa anche che il principio stesso è stato presuntivamente rispettato. Ciò posto, non si può a priori escludere che il rispetto di tali procedure non sia sufficiente, e che quindi uno spazio per l’ulteriore applicazione del principio rimanga, ma nel far ciò si devono tenere conto i criteri individuati dalla giurisprudenza, conformi del resto alla comune logica. Infatti, l’applicazione del principio non si può fondare sull'apprezzamento di un rischio puramente ipotetico, fondato su mere supposizioni allo stato non ancora verificate in termini scientifici ... la ricorrente appellante quindi, anche in questo caso, avrebbe dovuto offrire con criteri scientifici la specifica dimostrazione di criticità del progetto lasciate per così dire scoperte dalle procedure espletate".

Si tratta, in particolare, di un chiaro ed univoco caso di applicazione di uno dei principi cardini del diritto ambientale finalizzato a contenere il danno ambientale, ovvero quello di precauzione, di derivazione comunitaria e strettamente connesso a quello di prevenzione. Detto principio concerne il rischio che possa essere individuato a seguito di una preliminare valutazione scientifica obiettiva del progetto: esso presuppone un'azione concreta in caso di rilievo di situazioni di pericolo (anche solo potenziale), per la salute umana e per l'ambiente poiché mira ad assicurare un alto livello di protezione nella realizzazione di opere e progetti di particolare rilievo.

(Cons. St. Sez. IV, 14.7.2020, n. 4545)


Omessa indicazione separata costi della manodopera ex art. 95, co. 10, cod. appalti: sì al soccorso istruttorio.

La questione dell'omessa indicazione nell'offerta economica del costo della manodopera ex art. 95, co. 10, d.lgs. 50/2016, è ancora oggetto di pronunce giurisprudenziali contrastanti.

L'argomento è stato affrontato recentemente in un'altra news che è possibile leggere cliccando qui, che affronta il tema alla luce del rinvio operato dall'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato alla Corte di Giustizia UE per dirimere i dubbi interpretativi sorti dall'applicazione della disposizione.

Il TAR Puglia, applicando proprio i principi giurisprudenziali della Corte di Giustizia, ha recentemente affrontato l'argomento nell'ambito di una procedura di gara svoltasi su piattaforma telematica avente ad oggetto l’affidamento del servizio di trasporto scolastico per gli alunni di una scuola dell'infanzia, primaria e secondaria.

Il ricorrente, in particolare, nel contestare l'offerta del concorrente collocatosi al primo posto nella graduatoria, ha lamentato il non corretto operato svolto dalla Stazione appaltante che, in luogo dell'esclusione del concorrente (poi divenuto aggiudicatario), ha attivato il soccorso al fine di colmare l’omessa indicazione nell'offerta economica del costo della manodopera, in palese violazione dell’art. 95, comma 10, del d.lgs. 50/2016.

Ritenendo il motivo infondato, secondo il Tribunale salentino l'operato svolto dall'Ente è da ritenersi legittimo.

Il Collegio osserva, in particolare, che l'obbligo di indicazione dei costi della manodopera è previsto dall'art. 95, comma 10, del d. lgs. 50/2016 che prevede che “nell'offerta economica l'operatore deve indicare i propri costi della manodopera e gli oneri aziendali concernenti l'adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro ... Le stazioni appaltanti, relativamente ai costi della manodopera, prima dell'aggiudicazione procedono a verificare il rispetto di quanto previsto all'articolo 97, comma 5, lettera d)”.

Il Tribunale deduce, correttamente, che "in mancanza di una secca previsione legislativa di esclusione a sanzione della violazione dell’obbligo de quo, è ampiamente dibattuta in giurisprudenza la questione relativa alla conseguenze (automaticamente) espulsive o meno della mancata indicazione separata dei costi della manodopera in un’offerta economica presentata nell’ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico"; il Collegio osserva in particolare che "è controverso se (almeno in talune ipotesi) la mancata indicazione dei costi della manodopera (prescritta dal sopra riportato art. 95, comma 10, del D. Lgs. n. 50/2016 e ss.mm.) possa essere considerata un errore formale sanabile ... oppure vada trattata come un errore sostanziale comportante “tout court” l'esclusione dalla gara senza possibilità di soccorso istruttorio".

Richiamando inoltre i principi espressi dalla Corte di Giustizia sull'argomento, il TAR pugliese ha rilevato che "La Corte di Giustizia U.E., Sezione IX, 2/05/2019, n. 309 ... ha affermato che «I principi della certezza del diritto, della parità di trattamento e di trasparenza ... devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, secondo la quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera, in un'offerta economica presentata nell'ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta l'esclusione della medesima offerta senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell'ipotesi in cui l'obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d'appalto, sempreché tale condizione e tale possibilità di esclusione siano chiaramente previste dalla normativa nazionale relativa alle procedure di appalti pubblici espressamente richiamata in detta documentazione. Tuttavia, se le disposizioni della gara d'appalto non consentono agli offerenti di indicare i costi in questione nelle loro offerte economiche, i principi di trasparenza e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che essi non ostano alla possibilità di consentire agli offerenti di sanare la loro situazione e di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa nazionale in materia entro un termine stabilito dall'amministrazione aggiudicatrice» ..."

Dopo aver richiamato gli orientamenti giurisprudenziali sul tema (il primo, più restrittivo che non ammette il soccorso istruttorio, il secondo meno restrittivo e più sostanzialistico), il Collegio depone a favore della non esclusione del concorrente e, quindi, dell'attivazione del soccorso istruttorio deducendo che "... nel particolare caso di specie, l’omessa indicazione nell’offerta economica dell’aggiudicataria del costo della manodopera ex art. 95, comma 10, del Codice dei Contratti pubblici permette l’avvenuta attivazione del soccorso istruttorio ai fini della (legittima) illustrazione postuma degli oneri in questione, perché la lex specialis non prevede tale specifico incombente ... né tale incombente è previsto nel modulo della piattaforma M.E.P.A., che non contempla alcuno spazio “dedicato” all’assolvimento dell’onere in questione ... Si porrebbe, infatti, in insanabile contrasto con i predetti principi di trasparenza e proporzionalità, nonché di buona fede, correttezza e leale collaborazione «l’adozione di una misura espulsiva derivante esclusivamente dall’utilizzazione del modulo predisposto dal sistema di gestione del procedimento, a maggior ragione in considerazione del fatto che l’offerta è rimasta pacificamente inalterata, così da confermare che l’aggiudicataria aveva senza dubbio tenuto conto, nella sua formulazione, del costo della manodopera".

(TAR Puglia Lecce Sez. III, 31.8.2020, n. 965)


Un operatore economico impugna innanzi al Tribunale amministrativo regionale il provvedimento con il quale la Stazione appaltante ha disposto l'esclusione della società da una procedura aperta per l'affidamento triennale di servizi di accoglienza, sicurezza e accompagnamento dei clienti, nonché di altre prestazioni accessorie, da svolgersi nel settore dei trasporti, da aggiudicare in ragione del criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa.

L'operatore, in particolare, ai fini della partecipazione alla procedura, faceva ricorso allo strumento dell'avvalimento al fine di integrare, in misura sufficiente rispetto alle prescrizioni del bando, sia il requisito di capacità economico - finanziaria, che il requisito di capacità tecnica.

Tuttavia, nel corso della gara, la stazione appaltante disponeva l'esclusione del concorrente su un duplice ordine di motivi, entrambi afferenti ai contenuti del contratto di avvalimento prodotto in gara dalla ricorrente.

Con riferimento al primo profilo, quello che maggiormente interessa il presente contributo e che verte sul requisito di capacità economico - finanziaria, la Stazione appaltante rileva che il contratto di avvalimento reso dall'operatore non risulterebbe conforme all'art. 89, d.lgs. 50/2016, in quanto l'impegno dell'impresa ausiliaria si sostanzia in una dichiarazione a costituirsi fideiussore nei confronti del concorrente (impresa ausiliata) per un importo pari al 2% del valore dell'appalto a garanzia della capacità economico - finanziaria richiesta.

Il Giudice amministrativo non accoglie lo specifico motivo di ricorso e, conclusivamente, ritiene infondato il ricorso.

Nell'iter logico che contraddistingue la pronuncia, il Giudice adito osserva che la questione deve risolversi mediante la corretta comprensione della natura e dell'entità dei requisiti di partecipazione onde verificare se l'avvalimento e la connessa dichiarazione di impegno da parte dell'ausiliaria siano idonei a soddisfare i requisiti richiesti e di cui la concorrente era carente.

Il TAR muove dalla considerazione che trattasi del requisito di natura economico - finanziaria, il quale "afferisce alla solidità patrimoniale che la concorrente è chiamata a garantire, o direttamente con la sua capacità economico patrimoniale, o indirettamente, avvalendosi di quella di altra impresa (ausiliaria)".

Così definito, l'avvalimento può essere ricondotto alla figura dell'avvalimento cd. di garanzia (già esaminato recentemente in altro articolo a questo link) nel quale l'ausiliaria assolve alla funzione di garantire con le proprie risorse economiche l'impresa ausiliata, proporzionalmente al valore dell'appalto, mettendo a disposizione la complessiva capacità economico - finanziaria al fine di assicurare il buon esito della commessa.

La prospettazione offerta dal TAR muove, come già accennato, dall'interpretazione del contratto di avvalimento, del dato testuale in particolare, nel quale l’impegno è assunto dall' ausiliaria, non in misura globale e corrispondente all'intero ammontare del requisito, bensì in misura alquanto ridotta, pari al 2% del valore dell’appalto.

Da tali premesse ne discende, secondo il Giudice amministrativo, che "Il riferimento all'art. 89 del Codice dei contratti pubblici, pure contenuto nel contratto di avvalimento, non sembra poter sanare o, in qualche modo, “superare” quella che è una espressa assunzione limitata di responsabilità ... peraltro nella veste di fideiussore ex art. 1936 c.c.. Va in ogni caso sottolineato che l’art. 89, co. 5 d.lgs. n. 50/2016 prevede una responsabilità solidale fra impresa ausiliaria ed ausiliata che ha ad oggetto le “prestazioni oggetto del contratto” di appalto. Diversamente, l’art. 5 del contratto di avvalimento di cui si discute, invece, non prevede l’assunzione di una responsabilità ... in relazione all'esecuzione del contratto di appalto, ma “relativamente ai requisiti oggetto di avvalimento”. Ancora una volta, quindi, la responsabilità solidale assunta all'art. 5 del contratto non rivela che l’ausiliaria abbia inteso mettere a disposizione dell'ausiliata il complesso della propria capacità economico finanziaria. Anche perché la clausola contrattuale qui in discussione ... opera un collegamento testuale tra impegno “fideiussorio” pari al 2% del valore dell’appalto e “garanzia della capacità economico finanziaria richiesta (punto III.1.2 del bando)”.

Anche la tesi della ricorrente, secondo il TAR, non può essere accolta "Quanto all'affermazione di parte ricorrente secondo cui la fideiussione costituirebbe (soltanto) un impegno contrattuale integrativo (e collegato a quello più ampio, derivante dal contratto di avvalimento) nei confronti della S.A., detta affermazione non è condivisibile in quanto, così interpretata, la costituzione della fideiussione sarebbe priva di causa concreta, atteso che non si comprenderebbe l’utilità determinata dal costituirsi l'ausilaria garante ex art. 1936 cod. civ. dell’adempimento di una obbligazione altrui (cioè della società ricorrente) verso il creditore (vale a dire la S.A.), laddove fosse effettivamente già operante la prestazione della propria solidità finanziaria e della garanzia nella totalità, concessa nella veste di ausiliaria".

(TAR Lazio Sez. III, 22.7.2020, n. 8576)

 

Irregolarità contributiva temporanea (cd. preavviso DURC negativo): l'operatore è da escludere dalla procedura.

Il Consiglio di Stato ha recentemente acclarato che l'operatore economico destinatario di un invito alla regolarizzazione contributiva (cd. preavviso di DURC negativo) ex art. 4, co. 1, D.M. 30.1.2015, di consistente importo è da escludersi dalle procedure ad evidenza pubblica per violazione del principio sancito dall'art. 80, co. 4, d.lgs. 50/2016 e di quello di continuità del possesso dei requisiti di partecipazione.

La questione delle problematiche applicative dell'art. 80, co. 4, d.lgs. 50/2016, a seguito della modifica introdotta con il cd. DL sblocca cantieri, è stata già affrontata in questo articolo.

La controversia attiene sostanzialmente ad una procedura aperta per l'affidamento del servizio di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti urbani ed assimilabili di un ambito di raccolta ottimale composto da 10 comuni.

All'esito del giudizio di primo grado, gli operatori secondo e terzo classificati, interponevano appello deducendo, tra l'altro, un'irregolarità del RTI aggiudicatario dell'appalto, poi sanata, insorta posteriormente alla presentazione dell'offerta.

La questione sottoposta all'esame del Supremo Consesso amministrativa riguardava, in particolare, l'omessa esclusione del RTI aggiudicatario per irregolarità contributiva temporanea di uno dei componenti occorsa in un periodo rilevante ai fini della gara ovvero dopo la scadenza del termine di presentazione dell'offerta e prima dell'aggiudicazione: la circostanza veniva in rilievo all'esito della verifica dei requisiti disposta dal R.U.P.

Condividendo le argomentazione affermate dal Tribunale amministrativo, il Consiglio di Stato ha operato un richiamo della disciplina applicabile ovvero l'art. 80, co. 4, d.lgs. 50/2016 e del principio di continuità del possesso dei requisiti di partecipazione affermando che "l’art. 80 citato stabilisce che è causa di esclusione dalla gara, l’irregolarità contributiva che abbia i due caratteri della gravità e del definitivo accertamento. Le violazioni, in virtù della medesima norma, sono da considerarsi definitivamente accertate se sono tali da impedire il rilascio del Durc".

Nel caso di specie il problema risiedeva nel fatto che una delle ditte del raggruppamento aggiudicatario era stata destinataria di un invito alla regolarizzazione, o preavviso di DURC negativo, sebbene presentavano DURC regolari per tutto il periodo rilevante ai fini della partecipazione alla gara.

La disciplina normativa è contenuta all'art. 31, co. 8, D.L. 69/2013 e s.m.i. che dispone espressamente che “ai fini della verifica per il rilascio del documento unico di regolarità contributiva (DURC), in caso di mancanza dei requisiti per il rilascio di tale documento gli Enti preposti al rilascio, prima dell'emissione del DURC o dell'annullamento del documento già rilasciato, invitano l'interessato, mediante posta elettronica certificata o con lo stesso mezzo per il tramite del consulente del lavoro ovvero degli altri soggetti di cui all'articolo 1 della legge 11 gennaio 1979, n. 12, a regolarizzare la propria posizione entro un termine non superiore a quindici giorni, indicando analiticamente le cause della irregolarità”.

Secondo le disposizioni sopra menzionate, l’emissione di un DURC “negativo” deve essere preceduta da un invito alla regolarizzazione, o preavviso di DURC negativo, all'impresa interessata, la quale verrà raggiunta da DURC negativo nel caso di mancato pagamento entro quindici giorni.

Il Consiglio di Stato, nel richiamare la costante giurisprudenza comunque scandita dall'Adunanza plenaria con la sentenza 29 febbraio 2016 n. 5, ha chiarito che l'impresa deve essere in regola con l’assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell'offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, essendo dunque irrilevante un eventuale adempimento tardivo dell'obbligazione contributiva; l'istituto dell'invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo) può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall'impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell'autodichiarazione resa ai fini della partecipazione alla gara d'appalto.

Secondo il Consiglio di Stato "tale interpretazione sul c.d. preavviso di DURC negativo si porrebbe in linea con alcuni principi fondamentali che governano le procedure di gara: i principi di parità di trattamento e di autoresponsabilità e il principio di continuità nel possesso dei requisiti di partecipazione alla gara. L’applicazione della regolarizzazione postuma finirebbe per consentire ad una impresa di partecipare alla gara senza preoccuparsi dell'esistenza a proprio carico di una irregolarità contributiva, potendo essa confidare sulla possibilità di sanare il proprio inadempimento in caso di aggiudicazione e, dunque, a seconda della convenienza. Si arriverebbe, in tal modo, a consentire all'offerente - che pur a conoscenza di una irregolarità contributiva abbia reso una dichiarazione volta ad attestare falsamente il contrario - di beneficiare di una facoltà di regolarizzazione postuma della sua posizione, andando così a sanare, non una mera irregolarità formale, ma la mancanza di un requisito sostanziale, mancanza aggravata dall'aver reso una dichiarazione oggettivamente falsa in ordine al possesso del requisito. Dunque il principio di continuità nel possesso dei requisiti (cfr. Cons. Stato, Ad. Plen. 20 luglio 2015, n. 8), che non possono essere persi dal concorrente neanche temporaneamente nel corso della procedura si pone in insuperabile contrasto con l’ammissibilità della regolarizzazione postuma in linea con la pacifica giurisprudenza in materia di già sussistente al momento della richiamata sentenza dell’Adunanza plenaria n. 5/2016, ossia che nelle gare di appalto per l'aggiudicazione di contratti pubblici, i requisiti generali e speciali devono essere posseduti dai candidati non solo alla data di scadenza del termine per la presentazione della richiesta di partecipazione alla procedura di affidamento, ma anche per tutta la durata della procedura stessa fino all'aggiudicazione definitiva ed alla stipula del contratto, nonché per tutto il periodo dell'esecuzione dello stesso, senza soluzione di continuità".

(Cons. St. Sez. V, 26.6.2020, n. 4100)


Il principio di prossimità per lo smaltimento dei rifiuti urbani non differenziati.

Con una pronuncia suscettibile di ampia discussione fra gli operatori economici del settore, il Consiglio di Stato è intervenuto a dirimere una questione di fondamentale importanza nella gestione dei rifiuti urbani non differenziati ovvero quella relativa al conferimento di tali rifiuti presso l'impianto di trattamento più vicino al luogo di raccolta.

E' bene premettere che il trattamento dei rifiuti, quale segmento della gestione complessa degli stessi, costituisce un servizio il cui affidamento non può sottrarsi alle regole dell'evidenza pubblica.

In  questo articolo ci siamo occupati dell'introduzione, sul piano della regolamentazione del settore della gestione dei rifiuti, dell'ARERA, quale Autorità indipendente.

La vicenda qui in commento trae origine dal ricorso proposto da un gestore di un impianto di trattamento di rifiuti, il quale deduce la violazione dell'obbligo da parte dell'Ente civico di smaltimento dei rifiuti urbani presso l'impianto fisicamente più vicino al luogo di produzione e raccolta, obbligo normativamente previsto in materia ambientale.

Si trattava, nel caso specifico, della scelta operata dall'ente civico di conferire la frazione indifferenziata ad un impianto posto ad una distanza di circa 17 km in più rispetto a quello più vicino al luogo di raccolta.

Il giudizio di primo grado, poi confermato dal giudice d'appello, si conclude con il rigetto del ricorso introduttivo.

Il Supremo Consesso amministrativo, ritenendo infondato il motivo centrale della questione, al fine di dirimere la controversia, opera un richiamo dell'art. 182bis del codice ambiente rubricato "principi di autosufficienza e prossimità" stabilendo che, nella gestione dei rifiuti non differenziati, il principio di prossimità è "finalizzato alla riduzione dei movimenti e trasporti dei rifiuti onde ridurre le gravose incidenze ambientali derivanti da tale attività": secondo l'autorità giudiziaria investita del caso, detto principio "impone che il trattamento dell'indifferenziato avvenga in uno degli impianti più vicini al luogo di raccolta ma non certo nell'impianto fisicamente meno distante".

La motivazione alla base dell'attenta osservazione svolta dal Consiglio di Stato è giustificata sia da ragioni pro - concorrenziali, sia per ragioni di coordinamento con altri principi, primo fra tutti quello di autosufficienza, il quale postula "l'individuazione da parte della Regione (in base a criteri dimensionali di tipo demografico e geografico) di un ambito territoriale rilevante all'interno del quale, mediante una rete integrata di impianti, possano essere smaltiti tutti i rifiuti indifferenziati nello stesso prodotti".

La pronuncia di merito consente al Consiglio di Stato di confermare, inoltre, l'orientamento giurisprudenziale prevalente relativo al ruolo assegnato dall'ordinamento giuridico alla Regione nell'ambito della gestione dei rifiuti, il cui potere è essenzialmente quello di approvare il piano, dettare direttive ed indirizzi e autorizzare ove previsto eventuali deroghe in relazione a specifici profili del settore, "dovendosi invece escludere che la regione stessa possa direttamente intervenire sugli appalti comunali".

(Cons. St. Sez. IV, 17.6.2020, n. 3895)


Perdita dei requisiti in corso di gara in ipotesi di subappalto qualificatorio: no all'esclusione automatica del concorrente.

Negli ultimi anni, la disciplina italiana degli appalti pubblici ha risentito dell'influenza della giurisprudenza comunitaria.

L'istituto che è stato interessato da tale processo è sicuramente quello del subappalto, che trova nell'art. 105, d.lgs. 50/2016, la disciplina di dettaglio.

In tale prospettiva, recentemente la giurisprudenza amministrativa ha dovuto rivedere, in funzione "correttiva", l'ambito applicativo dell'istituto ed i relativi confini alla luce della pronuncia resa dalla Corte di Giustizia dell'U.E. (Corte di Giustizia U.E. Sez. II, 30.1.2020, C-395/18) in una causa avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, vertente l’interpretazione dell’articolo 57, paragrafo 4, e dell’articolo 71, paragrafo 6, della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE.

Il Supremo Consesso amministrativo, nella pronuncia in commento, ha chiarito l'ambito applicativo del cd. "subappalto necessario o qualificatorio", tema già affrontato in questo articolo.

La società appellante, nel primo grado del giudizio, deduceva che la ditta subappaltatrice “necessaria”, alla quale avevano fatto ricorso alcuni concorrenti poi risultati aggiudicatari della procedura, al fine di integrare il requisito consistente nell'iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali, per una determinata categoria e classe, avesse medio tempore perso il requisito (della classe, in particolare): a ciò avrebbe dovuto conseguire la necessaria esclusione dei concorrenti.

Il Tribunale amministrativo regionale, tuttavia, respingeva la tesi difensiva.

In secondo grado, il Giudice amministrativo, nel rigettare lo specifico motivo di ricorso, si è soffermato sugli aspetti giuridici della vicenda quali la qualificazione del subappalto cd. necessario e la relativa disciplina in caso di perdita dei requisiti in corso di gara da parte del subappaltatore.

In punto di fatto, secondo l'analitica ricostruzione operata dal Giudice amministrativo, si è verificato che la ditta subappaltatrice necessaria, nel periodo compreso tra l'approvazione della graduatoria definitiva dei lotti e l'adozione da parte della stazione appaltante del provvedimento di aggiudicazione, aveva perso per regressione la classe di riferimento dell'iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali.

Secondo la prospettazione dell'appellante, avendo detta società perso il requisito prima del provvedimento di aggiudicazione, le imprese concorrenti che si erano avvalse di tale operatore avrebbero dovute essere escluse stante il venir meno di un requisito soggettivo richiesto a pena di esclusione.

A sostegno del proprio operato, invece, l'Amministrazione deduceva la piena applicazione dell'art. 105, co. 12, d.lgs. 50/2016 a mente del quale "l'affidatario deve provvedere a sostituire i subappaltatori relativamente ai quali apposita verifica abbia dimostrato la sussistenza dei motivi di esclusione di cui all'articolo 80".

In primo luogo, la decisione resa dalla quinta Sezione del Consiglio di Stato conferma l'ammissibilità nell'ordinamento giuridico dell'istituto del subappalto c.d. necessario o qualificatorio, la cui disciplina è stata ricostruita dalla decisione dell’Adunanza plenaria n. 9/2015; la validità del ricorso all'istituto del subappalto qualificatorio era ammissibile anche nel caso di specie in quanto previsto dalla lex specialis di gara.

Successivamente, il Giudice adito, si sofferma sulla questione centrale della vicenda ovvero se sia consentita la sostituzione di uno dei subappaltatori della terna, indicato dall'impresa concorrente al fine di procurarsi per suo tramite il requisito dell’idoneità professionale per le prestazioni oggetto del subappalto (subappalto c.d. necessario o qualificatorio), qualora il subappaltatore abbia perso in corso di gara tale requisito di partecipazione, previsto a pena di esclusione.

A ragion del Consiglio di Stato, la questione deve essere risolta in senso positivo.

A sostegno delle proprie argomentazioni, il Giudice amministrativo non condivide l'interpretazione sostenuta dalla Stazione appaltante secondo cui l'art. 105, co. 12, Codice appalti, sarebbe applicabile in via diretta anche prima della stipula del contratto poiché, secondo la prospettazione del Supremo Consesso amministrativo, " ... la proposta di aggiudicazione non consenta affatto di ritenere chiusa la fase pubblicistica di scelta del contraente né di applicare l’art. 105, comma 12. Infatti, manca ancora l’affidatario dell’appalto, in capo al quale soltanto insorgono le obbligazioni di indicazione del subappaltatore esecutore ... nonché di deposito del contratto di subappalto ... In conclusione, l’art. 105, comma 12, è norma applicabile alla fase esecutiva, non anche alla fase della procedura di gara".

Richiamando poi la recente decisione della Corte di Giustizia, 30 gennaio 2020, in causa C-395/18 (che ha ritenuto la normativa interna del subappalto non conforme al dettato eurounitario), il Consiglio di Stato ha fornito un'interpretazione conforme al principio del favor partecipationis asserendo, tramite un ragionamento analogico riferito ai motivi di esclusione ex art. 80, d.lgs. 50/2016, che "non è consentita l’esclusione automatica dell’impresa concorrente che abbia indicato un subappaltatore per il quale siano emerse in corso di gara cause di esclusione, essendo rimessa alla stazione appaltante la valutazione circa la sostituzione del subappaltatore".

Secondo quanto dedotto dal Consiglio di Stato, ne consegue che "l’interpretazione <<comunitariamente orientata>> degli artt. 80, comma 5, lett. c) e 105, comma 12, del d.lgs. n. 50 del 2016,  ... comporta che, quando è indicata una terna di subappaltatori in sede di offerta, l’esclusione del concorrente che abbia indicato un subappaltatore privo dei requisiti o della qualificazione per eseguire la prestazione da subappaltare non è automatica, anche qualora si tratti di subappalto c.d. necessario o qualificatorio ... Pertanto, è rimesso alla stazione appaltante consentire la sostituzione del subappaltatore, a maggior ragione quando gli altri subappaltatori indicati nella terna abbiano requisiti e qualificazione".

L'esclusione, infine, del concorrente, secondo l'autorevole ragionamento operato dal Consiglio di Stato "avrebbe dovuto essere disposta dalla stazione appaltante soltanto nel caso in cui uno dei subappaltatori indicati non avesse avuto i requisiti ab initio ... poiché già così intesa la disposizione è di dubbia legittimità (ove se ne tragga il corollario dell’automatismo di tale esclusione), essa non può certo essere interpretata nel senso di estendere la sanzione dell’esclusione (automatica) al caso in cui il subappaltatore abbia perso tale requisito in corso di gara".

(Cons. St. Sez. V, 4.6.2020, n. 3504).


L'indicazione separata dei costi della manodopera ex art. 95, co. 10, d.lgs. 50/2016 e le migliorie.

Nell'ambito di una procedura di gara per la realizzazione di un'importante struttura sanitaria di notevole interesse economico -da aggiudicarsi secondo il criterio dell'offerta economica più vantaggiosa sotto il triplice profilo tecnico, temporale ed economico-, l'operatore secondo classificato ha impugnato i provvedimenti di aggiudicazione in favore di altro concorrente deducendo una serie di motivi, tra cui, la violazione dell’art. 95, comma 10, del d.lgs n. 50/2016.

Si tratta, come condivisibilmente ha dedotto il Consiglio di Stato, della previsione del Codice appalti la cui ratio è quella di consentire alla stazione appaltante, in un’ottica acceleratoria e di massima tutela e protezione dei lavoratori, di procedere alla verifica della congruità del costo della manodopera proposto dai concorrenti in base alle previsioni contenute nelle tabelle ministeriali e nei contratti collettivi applicabili.

In particolare, la contestazione operata in giudizio è fondata sul fatto che i costi della manodopera relativi alle migliorie proposte nell'ambito dell’offerta tecnica sarebbero stati esplicitati dall’aggiudicataria solo in sede di verifica dell’anomalia, e non invece indicati nel modulo dell’offerta economica alla voce “costi della manodopera”.

Il primo giudice, respinte le ulteriori censure, annullava tanto l’atto di ammissione alla gara del Rti ricorrente, quanto la declaratoria di congruità dell’offerta dell'operatore primo classificato e la consequenziale aggiudicazione, facendo salva sul punto la successiva riedizione del potere da parte della stazione appaltante.

Il giudice d'appello, nel riformare la sentenza impugnata, ha operato una ricostruzione puntuale della fattispecie normativa, rilevando l'errore logico e giuridico commesso dalla parte ricorrente nel ritenere violata la prescrizione di cui all'art. 95, co. 10, Codice appalti, ovvero quello di attrarre la fattispecie all'esame nel genus casistico dell’omessa indicazione o della non consentita variazione del costo della manodopera.

Rileva, il Supremo Consesso amministrativo, che il tratto peculiare che connota in senso distintivo il caso in oggetto dalle fattispecie chiamate a raffronto è rappresentato dal fatto che i costi del lavoro di cui qui si discute afferiscono ad interventi di miglioria e che gli stessi costi sono stati autonomamente considerati e contabilizzati dall'offerente ab initio, sia pure in una distinta parte dell’offerta poiché ricomprese nelle spese generali.

Secondo il Giudice amministrativo, quindi, "la mancata inclusione nel costo complessivo della manodopera dei costi del lavoro relativi alle sole opere di miglioria ed il loro inserimento nelle spese attinenti" non costituisce violazione della disposizione di cui all'art. 95, co. 10, d.lgs. 50/2016 e della lex specialis di gara poiché  l’art 95, comma 10, Codice appalti, impone all’operatore di  indicare nell'offerta economica “i propri costi della manodopera”, senza risolvere i dubbi concernenti la portata di tale indicazione, poiché non chiarisce se tale formulazione debba intendersi riferita anche alla componente dei costi relativi agli interventi migliorativi, da includersi necessariamente nella voce unitaria dei costi del lavoro dell’offerta economica.

Nel caso di specie, dunque, tanto la lex specialis, quanto la ratio dell’art. 95, co. 10, d.lgs. 50/2016, potevano legittimamente indurre a ritenere che "gli oneri della manodopera per l’esecuzione degli interventi migliorativi, esclusi dal progetto a base di gara, non dovessero essere indicati specificatamente nel modulo dell’offerta economica".

(Consiglio di Stato Sez. III, 5.6.2020, n. 3573)

 


La legittimazione ad agire degli enti collettivi nelle procedure d'appalto: un nuovo stop dal Consiglio di Stato.

Nel giudizio promosso per l'annullamento delle clausole di un bando di gara da parte dell'ente collettivo rappresentativo degli operatori edili, il Consiglio di Stato, riformando la pronuncia resa in primo grado, ha escluso la legittimazione ad agire dell'ente che tutela gli interessi collettivi e della sua articolazione locale.

In particolare, il Supremo Consesso amministrativo, nell'ambito di un giudizio promosso con ricorso collettivo da parte di un'associazione nazionale rappresentativa degli operatori edili e della sezione locale della medesima associazione, nonché da alcuni operatori del settore che contestavano alcune clausole del bando e del disciplinare di gara di una procedura di affidamento di lavori (inerenti, in particolare, i criteri di valutazione delle offerte tecniche ed alcuni oneri "indebiti"), ha ricostruito in maniera puntuale la questione della legittimazione degli enti collettivi ad agire nel giudizio di impugnazione davanti agli organi della giurisdizione amministrativa,

Si tratta di una pronuncia che fa seguito a quella dell'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato del 20 febbraio 2020, n. 6.

Il Giudice d'appello, in coerenza proprio con la sentenza dell'Adunanza plenaria, ha precisato che "l’interesse collettivo è dunque distinto in termini sostanziali da quello individuale ... La distinzione sta nel fatto di riferirsi a beni e utilità non appropriabili dal singolo, e senza che un singolo si trovi – rispetto a quei beni - in posizione differenziata rispetto al quisque de populo: perciò questo interesse è chiamato interesse adespota. L’interesse collettivo nasce dalla possibilità di imputazione della sua cura a figure collettive ...".

Nel caso sottoposto all'esame del Consiglio di Stato, per configurare un interesse per sua natura imputabile all'ente collettivo non è è sufficiente "un semplice rapporto di coerenza tra l'interesse individuale e quello fatto valere dall'ente collettivo" bensì è necessario " ... che vi sia comunque un interesse qualificabile come adespota, cioè non appropriabile dal singolo, ma diffuso presso i soggetti che compongono la collettività, e che solo attraverso la sua aggregazione in capo a un ente esponenziale possa emergere come autentico interesse legittimo e su quel sostrato si possa azionare una sua tutela, anche in giudizio ... E’ inoltre necessario che l’azione dell’ente collettivo non si ponga in conflitto con gli interessi dei singoli appartenenti alla categoria".

Nell'interesse a contestare l’eccessiva onerosità di un contratto pubblico, a causa di clausole del bando di gara in grado di porre a carico dell’operatore economico oneri aggiuntivi e non pertinenti con l’oggetto dei lavori da affidare o contributi per servizi di committenza contrari alla legge, il giudice d'appello non ha ravvisato le caratteristiche proprie di tale interesse diffuso.

La tesi espressa dal Consiglio di Stato è così riassunta: "l’interesse alla convenienza economica di un contratto è infatti riferibile al singolo operatore e di esso non è data una dimensione collettiva ulteriore alla sfera di quest’ultimo. Si tratta più precisamente di un interesse individuale, strettamente inerente a quello di lucro proprio dell’impresa".

Per tale ragione, conclude la pronuncia, l'associazione non è titolata ad impugnare le clausole del bando di gara relative ai criteri della valutazione delle offerte e del corrispettivo posto a carico dell’aggiudicatario per i servizi di committenza poiché trattasi "di interessi riferibili alla singola impresa, che solo la stessa è pertanto legittimata uti singulus a fare valere in giudizio".

(Consiglio di Stato Sez. V, 19.5.2020, n. 3173)