COP 27 e la Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite: un punto di partenza o di arrivo?

La notizia della conferenza delle Nazioni Unite che si è tenuta nei giorni scorsi a Sharm el-Sheikh è apparsa in modo silente sulle maggiori testate giornalistiche nonostante l'importanza dell'evento: pianificare ed implementare le iniziative per la protezione dell'ambiente e per l'efficienza energetica globale.

Una delle problematiche maggiormente discusse a livello globale è infatti il cambiamento climatico: per fronteggiarlo serve un'azione attuata in modo giusto ed inclusivo, riducendo al minimo gli impatti sociali ed economici di carattere negativo.

Naturalmente, le conseguenze di tale problematica si riflettono in tutti i settori, compreso quello alimentare, specie nei Paesi in via di sviluppo.

L’acronimo "COP" sta per "Conferenza delle Parti": le “parti” sono i firmatari della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC).

Le Conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici sono, indubbiamente, tra gli incontri internazionali più importanti al mondo.

La Convenzione quadro sui cambiamenti climatici è un accordo ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull'Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), informalmente conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992.

L'accordo ha come obiettivo la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra, ad un livello tale da prevenire interferenze antropogeniche pericolose con il sistema climatico terrestre.

L'accordo non pone limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle nazioni individuali; si tratta quindi di un accordo legalmente non vincolante; esso, invece, include previsioni di aggiornamenti (denominati protocolli) che pone obiettivi di riduzione delle emissioni unitamente all'adozione di misure virtuose da parte dei soggetti convolti.

Durante la conferenza tenutasi a Sharm el-Sheikh sono stati discussi numerosi temi legati al cambiamento climatico, poi cristallizzati in un documento dal carattere programmatico suddiviso in 16 punti, dei quali meritano un richiamo:

  • il punto n. 3 sull'energia, nel quale le parti hanno dato atto della grave crisi energetica in atto (senza alcuna menzione esplicita al conflitto bellico internazionale in corso) sottolineando l'urgenza di trasformare rapidamente i sistemi energetici per renderli più sicuri, efficaci e resilienti verso una transizione equa;
  • il punto n. 4 sulla mitigazione, fondamentale in quanto si riconosce l'importanza di limitare il riscaldamento globale entro 1,5° e l'emissione dei gas serra;
  •  il punto n. 6, perdita e danno, cd. Loss and damage, tematica legata alla preoccupazione per i notevoli costi finanziari associati a perdite e danni per i Paesi in via di sviluppo che pregiudicano la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile;
  • il punto n. 9, relativo alle maggiori risorse economiche da destinare agli interventi;
  • il punto n. 10 sulla cooperazione in materia di sviluppo e trasferimento di tecnologia e innovazione;
  • i punti nn. 13, 14 e 15 sui mari, sulle foreste e sull'agricoltura, fattori fondamentali per la transizione equa.

Il lavoro svolto in seno alla COP 27 rappresenta un importante traguardo verso la realizzazione di una transizione equa: ciò si evince, sia dalle tematiche trattate nel corso della Conferenza con particolare riguardo ai Paesi in via di sviluppo, sia dalla presenza, nel documento programmatico, di strumenti finanziari fondamentali per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

A ben guardare, tuttavia, l'attuale contesto globale non può non tener conto del conflitto bellico internazionale in corso che ha pregiudicato, ritardando, l'attuazione del programma di sviluppo, specie per ciò che riguarda le fonti energetiche.

In quest'ottica, certamente, lo Stato italiano può far molto nell'attuare una transizione energetica, così da ridurre la dipendenza da Paesi Terzi a vantaggio delle forme alternative di produzione, mitigando certamente gli effetti pregiudizievoli nell'ambiente.

(Testo del piano COP 27)

L'immagine è tratta dal sito Wired.


Pari opportunità e inclusione lavorativa: l'interpretazione rigida e inderogabile dell'ANAC.

In tema di pari opportunità e inclusione lavorativa, non possiamo non commentare l'interpretazione rigida e inderogabile dell'ANAC. La strategia e il sistema di governance per l'attuazione degli interventi relativi al Piano nazionale di ripresa e resilienza e al Piano nazionale per gli investimenti complementari ha previsto l'introduzione nel nostro ordinamento giuridico, specie in quello dedicato agli appalti pubblici, di una serie di misure volte a perseguire un duplice obiettivo:

  • quello di imprimere un impulso decisivo allo snellimento delle procedure amministrative nei settori oggetto delle previsioni dei piani;
  • quello di consentire un'efficace, tempestiva ed efficiente realizzazione degli interventi,

favorendo le pari opportunità generazionali e di genere, nonché la promozione dell'inclusione lavorativa.

Tali ambiziose finalità, come a breve si avrà modo di dimostrare, rivestono un'importanza strategica nelle procedure afferenti gli investimenti pubblici finanziati, in tutto o in parte, con le risorse del PNRR o del PNC, tanto da indurre il legislatore nazionale, sulla scorta dei dettami del legislatore sovranazionale, ad introdurre un sistema di norme indispensabili a garantire il raggiungimenti degli obiettivi programmati.

Il riferimento normativo privilegiato è certamente l'art. 47, d.l. 31.5.2021, n. 77, e s.m.i., in relazione al quale abbiamo precedentemente già evidenziato i tratti essenziali di una disciplina che, ove correttamente applicata, porterebbe certamente stravolgere, in termini positivi, il livello occupazionale interno del Paese, gravemente danneggiato dagli effetti della crisi sanitaria degli ultimi anni (a questo link è possibile consultare il testo della news).

In sintesi, la disciplina richiamata, integrata dalle specifiche linee guida, ha previsto, per gli operatori economici, un obbligo dichiarativo (cui si collega un'applicazione differenziata a seconda della dimensione aziendale) da rendere in fase di gara circa l'assunzione, in caso di aggiudicazione, di quote prestabilite (30 per cento occupazione giovanile, 15 per cento di occupazione femminile) di lavoratori necessari all'esecuzione delle prestazioni, la cui verifica del corretto adempimento è demandata all'Amministrazione la quale può, nei casi più gravi, anche disporre la risoluzione del contratto.

La rilevanza della disciplina da ultimo introdotta emerge, inequivocabilmente, dalle prime applicazioni della stessa: basti pensare che, recentemente, l'Autorità Nazionale Anticorruzione, investita di una questione concernente l'esclusione di un concorrente, ha ritenuto non applicabile l'istituto del soccorso istruttorio nei casi di omessa dichiarazione dell’obbligo di assicurare, in caso di aggiudicazione del contratto, l’assunzione di una quota di occupazione giovanile e femminile di cui all’articolo 47, comma 4, del D.L. 31 maggio 2021, n. 77 (convertito dalla legge 29 luglio 2021 n. 108).

Le argomentazioni svolte dall'Autorità, nella misura in cui hanno acclarato la correttezza dell'operato dell'Ente che aveva adottato il provvedimento di esclusione senza l'applicazione del soccorso in una procedura finanziata con fondi PNRR/PNC, appaiono tuttavia carenti sul piano motivazionale, ma particolarmente incisive nel delineare l'orientamento interpretativo più rigoroso ed inderogabile della previsione.

A ben vedere l'Autorità, nell'iter logico seguito per giungere alla definizione della questione, si è limitata a richiamare il contenuto delle disposizioni sovranazionali e quelle derivate, nonché quelli dalla stessa adottati nell'esercizio delle prerogative concesse dal Codice dei contratti pubblici: "... tali disposizioni sono state introdotte nello schema di disciplinare predisposto in relazione alle procedure afferenti gli investimenti pubblici finanziati, in tutto o in parte, con le risorse previste dal Regolamento (UE) 2021/240 del Parlamento europeo e del Consiglio del 10 febbraio 2021 e dal Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 febbraio 2021 (PNRR), dal Piano nazionale per gli investimenti complementari al PNRR, di cui all'articolo 1 del decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59 (PNC), ai sensi dell’articolo 47 del decreto legge n. 77/21 e recepiscono le cause di esclusione di cui all’articolo 47, commi 2, 4 e 6, decreto legge n. 77/2021, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 108/2021. Infatti, ai sensi dell’articolo 47, comma 4, ultimo periodo, del decreto legge n. 77/2021, l’operatore economico al momento della presentazione dell'offerta deve, oltre ad aver assolto agli obblighi ex legge 68/1999, assumersi l'obbligo di riservare, in caso di aggiudicazione del contratto, sia all’occupazione giovanile, sia all’occupazione femminile, una quota di assunzioni pari almeno al 30 per cento di quelle necessarie per l'esecuzione del contratto o per la realizzazione di attività ad esso connesse o strumentali (cfr. ANAC, Nota illustrativa al bando tipo n. 1/2021)".

La carenza di una deduzione sul piano motivazionale (unico vero rimprovero che può muoversi nei confronti dell'Autorità) potrebbe cogliersi positivamente, in quanto espressione di una chiara presa di posizione dell'Autorità che, sulla falsariga del dettato normativo, non ammette alcun margine di "errore" da parte dell'operatore economico in fase di partecipazione a gara e di assunzione degli impegni su di un tema delicato quale quello occupazionale; correlativamente, denota una scelta (condivisibile) circa l'importanza dell'obbligo cui soggiace il concorrente.

Tuttavia, escludere l'applicabilità del soccorso istruttorio di un documento che, nella sostanza, costituisce un atto di impegno dell'impresa che rileva durante la fase esecutiva (e solo in via meramente ipotetica in caso di aggiudicazione), a ragion di chi scrive, appare una logica non coerente con l'istituto del soccorso istruttorio, volto a promuovere sempre comunque la concorrenza fra le imprese.

L'inammissibilità del soccorso istruttorio nel caso di specie condurrebbe a configurare l'obbligo dichiarativo al pari dell'offerta (in relazione alla quale, come noto, non è ammissibile alcuna "sanatoria"), ragion per cui in tal senso la scelta operata dall'Autorità appare eccessivamente gravosa o comunque avrebbe necessitato di una motivazione "rafforzata" così da consentire, all'attento lettore, di comprendere le ragioni di siffatta "rigidità" interpretativa legata, sia consentita la ripetizione, ad un elemento della fase partecipativa.

(Parere di precontenzioso ANAC n. 451 del 5.10.2022)


Le gravi violazioni in materia fiscale non definitivamente accertate: il decreto 28 settembre 2022.

La disciplina del Codice dei contratti pubblici sembra prossima ad una vera e propria scossa.

Il Ministero dell'economia e delle finanze ha pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 239 del 12.10.2022 il decreto del 28.9.2022 recante "Disposizioni in materia di possibile esclusione dell'operatore economico dalla partecipazione a una procedura d'appalto per gravi violazioni in materia fiscale non definitivamente accertate".

Si tratta di un importante atto normativo, con il quale il legislatore è intervenuto nell'ambito della disciplina di dettaglio relativa alle gravi violazioni in materia fiscale ove le stesse non siano definitivamente accertate.

Ci siamo occupati dell'argomento allorquando sono state approfondite le modalità di effettuazione dei controlli eseguiti dall'Amministrazione all'atto della verifica circa il possesso dei requisiti dichiarati da un operatore economico (qui è possibile consultare la precedente news).

Quello di cui ci occupiamo, invece, in questa news attiene a quelle circostanze che costituiscono gravi violazioni non definitivamente accertate in materia fiscale visto e considerato che l'art. 80, co. 4, quinto periodo, d.lgs. 50/2016 e s.m.i., stabilisce espressamente che un operatore economico può essere escluso dalla partecipazione a una procedura d'appalto se la stazione appaltante è a conoscenza e può adeguatamente dimostrare che lo stesso ha commesso gravi violazioni non definitivamente accertate agli obblighi relativi al pagamento di imposte o contributi previdenziali.

La previsione normativa, così come formulata, ha destato serie perplessità fin dalle prime applicazioni, in quanto l'assenza di un chiaro riferimento a ciò che avrebbe dovuto considerarsi in termini di "gravi violazioni non definitivamente accertate" ha lasciato agli operatori economici e alle amministrazioni aggiudicatrice un ampio margine valutativo, consentendo alla giurisprudenza amministrativa di modellare di volta in volta il contenuto della previsione.

Il Codice dei contratti pubblici, invero, ha demandato ad un atto normativo secondario l'individuazione dei limiti e delle condizioni di operatività della causa di esclusione relativa alle violazioni non definitivamente accertate.

Il Ministero dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili ha adottato un decreto composto da 5 articoli con il quale:

  • ha individuato i limiti e le condizioni per l'operatività della causa di esclusione dalla partecipazione a una procedura d'appalto degli operatori economici che hanno commesso gravi violazioni non definitivamente accertate in materia fiscale (art. 1);
  • ha circoscritto l'ambito di applicazione della fattispecie, fornendo una chiara definizione del concetto di "inottemperanza agli obblighi ... relativi al pagamento di imposte e tasse" idonea e sufficiente ad integrare gli estremi di una violazione (art. 2);
  • ha introdotto una soglia di gravità stabilendo un duplice regime affinchè la violazione si consideri grave allorquando "comporta l'inottemperanza ad un obbligo di pagamento di imposte o tasse per un importo che, con esclusione di sanzioni e interessi, è pari o superiore al 10% del valore dell'appalto" e in ogni caso "l'importo della violazione non deve essere inferiore a 35.000 euro" (art. 3);
  • ha stabilito che la violazione grave non definitivamente accertata è tale quando siano inutilmente decorsi i termini per adempiere all'obbligo di pagamento e l'atto impositivo o la cartella di pagamento siano stati tempestivamente impugnati (art. 4);
  • l'Agenzia delle entrate provvede al rilascio delle certificazioni per i tributi di sua competenza (art. 5).

A ben guardare il decreto solo in parte risolve le problematiche legate all'interpretazione dell'art. 80 del Codice dei contratti pubblici; non si esclude, infatti, che ove una pubblica amministrazione, in sede di verifica del possesso dei requisiti, con ogni mezzo a disposizione individuerà delle violazioni gravi non definitivamente accertate, in capo alla stessa residuerà un'ampia discrezionalità nel disporre l'esclusione dell'operatore.

A sostegno di tale affermazione depongono, sia la stessa rubrica del decreto, sia l'art. 4 del decreto, prevedendo una facoltà di esclusione dell'operatore e non un vero e proprio obbligo (ma sarà davvero così?).

Ancora una volta, dunque, sarà compito del Giudice amministrativo "chiarire" la portata applicativa della disposizione.

(Decreto 28 settembre 2022)


Il decreto aiuti ter per contrastare il caro energia

Il tema energetico è ormai al centro dell'attenzione a causa degli aumenti che, giornalmente, si registrano in relazione ai costi di acquisto della materia prima.

Di recente abbiamo affrontato il tema del cd. "price cap" (qui il link della news per un approfondimento) sul gas quale strumento di regolamentazione del mercato: tuttavia, gli ultimi orientamenti espressi dalla maggioranza dei Paesi europei sembrano dirigersi verso l'adozione di nuove misure di contrasto, alcune delle quali basate su una riduzione della domanda di energia, altre sulle tradizionali forme di contributo di solidarietà (in questo senso, la Germania ha previsto un piano straordinario di aiuti da 200 miliardi contro i rincari).

Il legislatore italiano, sulla falsariga di quanto sta accadendo all'interno degli altri Stat membri dell'UE, è corso ai ripari introducendo il decreto - legge 23 settembre 2022, n. 144, contenente, per quanto di interesse, delle misure urgenti in materia di politica energetica, produttività delle imprese, politiche sociali.

Il cd. "decreto aiuti ter" interviene, dunque, in un momento di straordinaria necessità ed urgenza connessa agli effetti economici della grave crisi internazionale in atto, il cui obiettivo dichiarato è quello di introdurre misure di sostegno per cittadini ed imprese per contenere gli effetti derivanti dall'aumento del costo dell'energia e dei carburanti.

Misure che, ogni probabilità, sono indispensabili in vista dell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) in materia di ambiente ed energia e che saranno al centro dell'attenzione del prossimo Governo.

Le disposizioni del d.l. 44/2022 che meritano un richiamo sono contenute nel Capo I del citato decreto, rubricato specificatamente "Misure in materia di energia elettrica, gas naturale e carburanti":

  • l'art. 1 introduce un contributo straordinario, sotto forma di credito di imposta, in favore delle imprese per l'acquisto di energia elettrica e di gas naturale, la cui particolarità è che gli stessi crediti sono cedibili, solo per intero, dalle imprese beneficiarie ad altri soggetti, compresi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari;
  • l'art. 3 prevede misure a supporto delle imprese colpite dall'aumento dei prezzi dell'energia tramite concessione, a titolo gratuito, di garanzie prestate da SACE SpA nelle ipotesi in cui le imprese abbiano fatto ricorso a misure di finanziamento per il pagamento delle fatture per consumi energetici;
  • art. 5 dispone misure straordinarie in favore degli Enti locali mediante incremento delle risorse economiche - finanziarie per la spesa di utenze di energia;
  • l'art. 10 introduce la facoltà per il Ministero dell'interno, previo accordo col Ministero della transizione ecologica, di utilizzare direttamente o tramite concessione a terzi i beni demaniali "allo scopo di contribuire alla crescita sostenibile del Paese, alla decarbonizzazione del sistema energetico e per il perseguimento della resilienza energetica nazionale".

Scorrendo le ulteriori previsioni si nota fin da subito che l'emergenza energetica ha coinvolto tutti i settori dell'economia: disposizioni specifiche sono dettate per il settore agricolo, del trasporto pubblico locale, in materia di sport, e, non da ultimo, nel settore della cultura.

Parallelamente, il legislatore ha inteso promuovere misure concrete verso l'incremento della produzione di energia (si vedano, a tal riguardo, le previsioni riportate agli artt. 9 e 22) e di sostegno per alcune categorie di lavoratori (mediante concessione di indennità straordinarie di sostegno al reddito).

Nel complesso, le misure adottate dal legislatore appaiono varie e trasversali, ma certamente insufficienti per contrastare in misura integrale l'emergenza energetica in atto, emergenza che potrebbe avere ricadute pregiudizievoli nell'attuazione del PNRR; per tale ragione, si è ravvisata la necessità di introdurre una risposta comune dell'UE, senza lasciare l'iniziativa ai singoli Stati.

Ad oggi, tuttavia, tale risposta da parte dell'UE tarda ad arrivare: l'obiettivo di contrasto, certamente, non può raggiungersi esclusivamente attraverso forme di sostegno in materia di politiche sociali, bensì attraverso una politica strategica condivisa che riduca l'importazione della materia prima a vantaggio di una maggiore produzione locale/interna dell'energia (puntando, quanto più possibile, sulle fonti rinnovabili), affiancata da misure concrete di risparmio ed efficienza che possano contenere, in questo particolare contesto storico, gli (inammissibili) sprechi energetici.

Trattandosi di un decreto legge, il contenuto dello stesso potrà subire modifiche/aggiunte in sede di conversione.

 


L'art. 47 del Codice dei contratti pubblici: ancora dubbi sul cd. cumulo alla rinfusa.

Già in precedenza (qui il link della news) ci siamo occupati di affrontare uno degli aspetti problematici della complessa questione legata al possesso dei requisiti di partecipazione nelle ipotesi in cui l'operatore economico, all'atto di partecipazione ad una procedura selettiva ad evidenza pubblica, predilige di concorrere mediante identità plurisoggettiva, rappresentata dalla figura del consorzio di imprese.

La motivazione che, sempre più spesso, conduce le imprese prive dei requisiti necessari a partecipare alle procedure selettive mediante la formula consortile è rappresentata dai numerosi vantaggi che tale modalità possiede i quali, nel complesso, risiedono nelle complessiva logica proconcorrenziale in cui la disciplina è incentrata sullo stabile apporto di capacità e mezzi aziendali in una comune struttura di impresa.

Tuttavia, la questione circa il possesso dei requisiti per la partecipazione dei consorzi alle gare, la cui disciplina è sancita dall'art. 47, d.lgs. 50/2016 e s.m.i., è stata sempre al centro dell'attenzione del Giudice amministrativo, da ultimo con il caso che qui si esamina.

Il Giudice di primo grado, nel respingere il ricorso di un operatore economico composto da un raggruppamento temporaneo basato su plurimi motivi, affermava il principio della perdurante operatività, anche all'esito delle recenti modifiche normative e dei maturati orientamenti giurisprudenziali, "del cd. cumulo alla rinfusa di cui all'art. 47 del Codice, acquisito nel senso della non necessità che il singolo consorziato, ancorché indicato come esecutore dell'appalto, fosse in possesso, in proprio, dei requisiti di partecipazione" (Tar Lazio Sez. I, 19.4.2021, n. 4540).

La pronuncia di secondo grado, riformando in parte quella del Giudice di prima istanza, presenta un carattere innovativo che muove da una disamina puntuale delle recenti modifiche normative apportate al Codice dei contratti pubblici sull figura del consorzio.

In base alla formulazione previgente della norma, i consorzi stabili potevano alternativamente utilizzare, ai fini della qualificazione:

a) “i requisiti ... maturati in proprio”;

b) quelli “posseduti dalle singole imprese consorziate”, che fossero state “designate per l’esecuzione delle prestazioni”;

c) quelli “delle singole imprese consorziate non designate per l’esecuzione del contratto”, in tal caso mediante il ricorso allo strumento dell'avvalimento.

Per contro, l’attuale versione dell’art. 47, co. 2, d.lgs. 50/2016 e s.m.i. non menziona più la facoltà del consorzio di ricorrere all’avvalimento, ai fini della utilizzazione dei requisiti di qualificazione delle consorziate non designate come esecutrici e si limita a prevedere l’alternativa facoltà di eseguire il contratto “con la propria struttura” ovvero “tramite i consorziati” all’uopo “indicati in sede di gara”, con la precisazione che, in tal caso, non si tratta di subappalto, ferma la responsabilità solidale nei confronti della stazione appaltante.

La disposizione demanda, poi, al regolamento di cui all’art. 216, co. 27 octies, d.lgs. 50/2016 e s.m.i., la definizione dei “criteri per l’imputazione” delle prestazioni eseguite.

Orbene, si diceva che la sentenza assume un carattere innovativo, in quanto, secondo il ragionamento operato dal Giudice di secondo grado, non è possibile procedere, sia ad un generalizzato cumulo alla rinfusa dei requisiti di qualificazione non posseduti, sia ad una forma di cumulo di requisiti se mutuati da consorziata concorrente.

Da ciò si ricava che:

a) che i consorzi stabili che intendano eseguire le prestazioni “con la propria struttura” devono dimostrare (e comprovare con le modalità ordinarie) il possesso, in proprio, dei requisiti di idoneità tecnica e finanziaria per l’ammissione alle procedure di affidamento, salva la facoltà di computare cumulativamente i (soli) requisiti relativi alla disponibilità delle attrezzature e dei mezzi d’opera e all’organico medio annuo, quand’anche posseduti dalle singole imprese consorziate, ancorché non designate alla esecuzione;

b) che possono, alternativamente, affidarsi (senza che ciò costituisca subappalto) alle imprese consorziate, all’uopo indicate in sede di gara, che ne risultano corresponsabili.

Ne discende, a guisa di corollario, che debba applicarsi la regola generale che impone a ciascun concorrente la dimostrazione del possesso dei “requisiti” e delle “capacità” di qualificazione (artt. 83 e 84).

In definitiva, alla luce dell’attuale quadro normativo, il Consiglio di Stato ha sinteticamente chiarito che:

a) la possibilità di “qualificazione cumulativa”, nell’ambito dei consorzi stabili, "è limitata ai requisiti relativi alla disponibilità delle attrezzature e mezzi d’opera e all’organico medio annuo" (art. 47, co. 1);

b) i consorzi stabili possono, per tal via, partecipare alle gare qualificandosi in proprio (art. 47, co. 2, prima ipotesi) e comprovando i propri requisiti di idoneità tecnica e finanziaria, potendo, a tal fine, cumulare attrezzature, mezzi d’opera e organico medio annuo di tutte le consorziate (con il limite, non codificato ma implicito, del divieto di cumulo in caso di autonoma partecipazione, alla medesima gara, dell’impresa consorziata, che autorizzerebbe una implausibile valorizzazione moltiplicativa dei medesimi requisiti);

c) i consorzi stabili, anche quando partecipino e si qualifichino in proprio, possono eseguire la prestazione (oltreché con la propria struttura) per il tramite delle consorziate, ancorché non indicate come esecutrici in sede di gara: si tratterebbe di una forma di avvalimento attenuata dall’assenza di responsabilità;

d) in alternativa, il consorzio può, in sede evidenziale, designare, per l’esecuzione del contratto, una o più delle imprese consorziate (che, in tal caso, partecipano direttamente alla gara, concorrendo alla sostanziale formulazione dei tratti, anche soggettivi, dell’offerta ed assumendo, in via solidale, la responsabilità per l’esatta esecuzione, ancorché la formalizzazione del contratto sia rimessa al consorzio, che è parte formale). In tal caso è necessario che le imprese designate possiedano e comprovino i requisiti, tecnici e professionali, di partecipazione.

La materia, come dimostrato, presenta numerosi aspetti problematici legati, non solo alla complessità dell'istituto, ma anche e soprattutto ai recenti sviluppi normativi che, in un'ottica correttiva, hanno tentato (invano) di estendere l'impiego di tale metodologia di partecipazione in un'ottica proconcorrenziale.

(Cons. St., Sez. V, 22.8.2022, n. 7360)


Il price cap come forma di regolamentazione del mercato del gas

Riguardo il "price cap" è notizia che circola in questi giorni sui principali canali mediatici che gli stati europei stanno valutando di introdurre, fra le misure di sostegno, un tetto temporaneo al prezzo del gas importato e utilizzato per fronteggiare la politica estera russa, la quale sta sfruttando la questione energetica quale "controffensiva" per minare il supporto che molte nazioni stanno offrendo al conflitto bellico internazionale in atto in Ucraina.

Quella che è ormai comunemente definita "price cap", letteralmente "limite del prezzo", è, in realtà, una delle possibili soluzioni che gli Stati dell'Unione europea vorrebbero adottare per contrastare il caro energia e i rincari delle bollette che stanno subendo la maggior parte dei consumatori.

Si tratta di uno strumento regolatorio che, ponendo un limite al prezzo di acquisto della materia prima, consente al consumatore finale di pagare un prezzo che non potrà mai essere superiore alla soglia prestabilita; in caso contrario, la differenza è posta a carico dello Stato.

La questione della previsione di un limite al prezzo sull'importazione per ogni megawatt/ora di combustibile è stata affrontata, attivamente, già nel corso di recenti sedute parlamentari italiane, durante le quali si è posto un raffronto con la strategia industriale ed energetica introdotta recentemente in Spagna e Portogallo (vedasi l'interrogazione parlamentare del giorno 28.4.2022, n. 5-07973 recante "Iniziative per tenere a freno il prezzo del gas al fine di ridurre i costi di generazione elettrica").

Il Governo italiano, già in quella sede, evidenziava che la situazione italiana è diversa da quella della penisola iberica e che gli Stati europei sono comunque interconnessi in materia energetica e che la problematica del price cap del gas, dunque, costituisce un aspetto comune ed attuale (int. parlamentare n. 5-07973 del 28.4.2022).

In quella sede, in particolare, si evidenziava che l’applicazione di un "cap" nazionale, quindi, non era strada percorribile in quanto l’efficacia delle azioni intraprese in sede nazionale non possono che dipendere anche (e soprattutto) dal coordinamento delle politiche energetiche a livello europeo, in quanto alcune misure, come quelle del "cap" sui prezzi del gas naturale e sul disaccoppiamento del mercato dell’energia elettrica dal mercato del gas naturale, necessitano di interventi comunitari sul funzionamento dei mercati energetici sempre più integrati.
Proprio a tal fine, il rappresentante del Governo preannunciava che "l’Italia si è fatta promotrice di istituire un <<price cap "europeo">> (rif. int. parlamentare n. 5-07973 del 28.4.2022).

Quanto preannunciato si è poi verificato.

Nel corso della riunione del G7 tenutasi a Berlino lo scorso 2.9.2022, i Ministri delle finanze hanno discusso delle politiche energetiche e degli effetti conseguenti al conflitto bellico internazionale in atto, promuovendo l'introduzione di un "price cap" per l'acquisto del gas russo al fine di ridurre certamente le entrate russe (indispensabili al finanziamento del conflitto, in aggiunta alle numerose sanzioni già applicate), ma soprattutto per scoraggiare l'aumento incontrollato dei prezzi del gas per i Paesi a basso e medio reddito, i quali stanno già subendo gli effetti negativi delle importazioni (a questo link la consultazione integrale del documento adottato).

Lo strumento del "price cup" non è nuovo al nostro ordinamento essendo già noto e sperimentato nell'ambito della regolazione tariffaria dei servizi di distribuzione e misura del gas.

La giurisprudenza amministrativa, più volte investita delle questioni inerenti le modalità di funzionamento del meccanismo regolatorio da parte degli operatori del settore, seppur declinato in una visione interna del mercato, ha avuto modo di chiarire che "... il sistema di price cup costituisce(a) un utile strumento per stimolare il recupero di efficienza degli operatori economici del settore: la riduzione, infatti, dei costi unitari che vengono riconosciuti alle imprese rappresenta per esse uno stimolo ad innescare meccanismi virtuosi di aumento dell'efficienza ... il sistema del price cup risulta <<uno strumento essenziale per stimolare il recupero di efficienza, incentivando le imprese ad attivare azioni di riduzione dei costi con obiettivi ed effetti anche superiori al tasso prefissato ... al fine di trattenere i maggiori recuperi di produttività all'interno dell'azienda stessa a titolo di profitto>> ..." (Tar Lombardia Sez. II, 18.4.2019, n. 881, così come riformata da Cons. St. Sez. VI, 11.1.2021, n. 341).

Il giorno 6.9.2022 il Ministero della transizione ecologica ha reso noto il piano nazionale di contenimento dei consumi di gas naturali che prevede la promozione di una serie di iniziative finalizzate a diversificare la provenienza della materia prima e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti.

Le prospettive dell'introduzione di tale strumento appaiono buone, ma è necessario che ad esse si affianchino ulteriori strumenti atti a ridurre la dipendenza di combustibile dall'estero, privilegiando le fonti rinnovabili di produzione di energia elettrica.


Decreto Aiuti: le misure urgenti in materia di politiche energetiche nazionali

Le recenti previsioni normative introdotte dal legislatore nazionale in materia energetica si pongono certamente in un'ottica di forte contributo alla crescita sostenibile del Paese, nonché alla decarbonizzazione del sistema energetico, verso il perseguimento di quella che è stata comunemente definita la "transizione ecologica - energetica".

Si tratta di una finalità senza dubbio meritevole, che impone un adeguamento normativo delle previsioni contenute nell'ordinamento giuridico interno, da sempre caratterizzato da meccanismi complessi che, spesso e volentieri, per un'eccessiva forma di tutela, hanno rappresentato un vero e proprio ostacolo alla realizzazione degli interventi di carattere ambientale.

L'affermazione trova giusto riscontro in quello che è divenuto ormai un modus operandi del legislatore; introdurre misure urgenti finalizzate alla "semplificazione", ora dei procedimenti autorizzativi, ora dei sistemi di valutazione e di controllo.

Misure che, tuttavia, non trovano terreno fertile in un settore, quello ambientale, da sempre caratterizzato da un compromesso esistenziale uomo-natura, come il caso che abbiamo esaminato relativamente alla normativa della Regione Lazio (qui link della news).

In questo contesto si colloca, nondimeno, il d.l. 17 maggio 2022, n. 50, recante "Misure urgenti in materia di politiche energetiche nazionali, produttività delle imprese e attrazione degli investimenti, nonché in materia di politiche sociali e di crisi ucraina", entrato n vigore il giorno 18 maggio 2022.

Un ruolo di primo piano che ha portato il legislatore ad introdurre tali misure emergenziali, specie quelle nel settore energetico, è la straordinaria necessità e urgenza di adottare strumenti idonei per contrastare gli effetti della grave crisi internazionale in atto in Ucraina e contenere il costo dei carburanti e dell'energia.

Basti pensare che secondo un autorevole studio effettuato all'indomani del conflitto bellico Ucraina-Russia, è emerso che il nostro Paese è il più vulnerabile tra i 27 dell'Ue; infatti, nel mix energetico nazionale il gas pesa per oltre il 40% e il 96% di esso viene importato dalla Russia per una quota pari a circa il 40%.

Tale scenario ha comportato una forte accelerazione del processo di transizione energetica e dei relativi obiettivi, anche in vista dell'attuazione dei programmi contenuti nel PNRR: si è operato su un duplice fronte ovvero dapprima con l'approvazione del d.l. 17/2022 e s.m.i., contenente misure urgenti per il contenimento dei costi dell'energia e, a distanza di un mese, con l'adozione di un nuovo decreto legge il cui Capo I, composto da ben 14 articoli, introduce misure in materia di energia.

Le previsioni che meritano certamente un richiamo sono le seguenti:

  • gli articoli 1, 2, 3 e 4, che prevedono forme di incentivi e contributi per famiglie e imprese;
  • l'articolo 5, il quale introduce disposizioni specifiche sulla realizzazione di nuova capacità di rigassificazione, da attuare anche attraverso unità galleggianti di stoccaggio rigassificazione da allacciare alla rete di trasporto già esistente;
  • gli articoli 6, 7 e 8, dedicati alla disciplina autorizzativa degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, alcune delle quali in favore delle imprese operanti nel settore agricolo;
  • l'articolo 9 che reca disposizioni in materia di "comunità energetiche rinnovabili" per impianti di produzione di dimensioni medio-grandi realizzati da soggetti pubblici;
  • l'articolo 10 che apporta modifiche alle previsioni in materia di VIA, già contenute nel d.lgs. 152/2006 e s.m.i.

Il decreto aiuti si pone certamente nell'ottica della transizione ecologica; tuttavia, non deve dimenticarsi che trattasi pur sempre di misure urgenti che sono state introdotte per fronteggiare una situazione eccezionale (contesto bellico) che ha fatto emergere le criticità del sistema energetico nazionale e che dunque, in sede di conversione, potrebbe subire modifiche anche significative.

Gli articoli sopra richiamati saranno oggetto di news approfondite nel corso dei prossimi giorni.


La moratoria degli impianti di energia da fonti rinnovabili: il caso della Regione Abruzzo.

La moratoria degli impianti di energia da fonti rinnovabili: il caso della Regione Abruzzo

La moratoria degli impianti di energia da fonti rinnovabili: il caso della Regione Abruzzo.L'argomento sul quale torniamo a discutere è senza alcun dubbio quello attuale legato allo sviluppo delle energie rinnovabili: come visto in precedenza con il caso Lazio (a questo link potete consultare l'argomento), anche la Regione Abruzzo ha deciso di porre una limitazione alla realizzazione di alcuni impianti che producono energia rinnovabile.

Al momento, tuttavia, si registra una battuta d'arresto della disciplina regionale ad opera dell'intervento della Corte Costituzionale, la quale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4, L.R. Abruzzo 23 aprile 2021, n. 8, costringendo il compilatore regionale ad intervenire per rettificare il quadro legislativo vigente.

Secondo il rapporto statistico 2020 (consultabile a questo link) pubblicato dal G.S.E., a fronte di una potenza complessiva installata in Italia pari a 56.586 MW, nel 2020 la Regione Abruzzo ha installato il 3,7% del totale nazionale, con una concentrazione significativa degli impianti idroelettrici, un valore che colloca la regione al di fuori dei primi posti nella classifica delle installazioni di infrastrutture energetiche rinnovabili (specie eolico e solare) nel territorio nazionale.

In guisa con lo sviluppo locale, l'installazione degli impianti di produzione di energia elettrica fotovoltaica ed eolica è stata temporaneamente sospesa in ambito regionale, subordinandola di fatto all'adozione di un atto di pianificazione, indispensabile ad individuare le zone idonee ad ospitare le future strutture impiantistiche.

La disciplina regionale di cui all'art. 4, L.R. 8/2021, nella versione antecedente alle modifiche apportate a seguito della pronuncia di illegittimità costituzionalità, rubricata "Disposizioni urgenti per individuazione aree inidonee all'installazione di impianti da fonti rinnovabili" stabiliva espressamente che "1. Nelle more dell'individuazione in via amministrativa delle aree e dei siti inidonei all'installazione di specifici impianti da fonti rinnovabili ... sono sospese le installazioni non ancora autorizzate di impianti di produzione di energia eolica di ogni tipologia, le grandi installazioni di fotovoltaico posizionato a terra e di impianti per il trattamento dei rifiuti, inclusi quelli soggetti ad edilizia libera, nelle zone agricole caratterizzate da produzioni agro-alimentari di qualità ... e/o di particolare pregio rispetto al contesto paesaggistico-culturale, al fine di non compromettere o interferire negativamente con la valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali e del paesaggio rurale".

Si trattava, come espressamente dichiarato dagli stessi estensori, di una disciplina volta a salvaguardare i terreni agricoli di particolare pregio, evitando l'insediamento selvaggio degli impianti energetici; la fattispecie normativa, di fatto, demandando agli enti locali l'individuazione delle zone del territorio inidonee all'installazione, precludeva la realizzazione di impianti f.e.r. in quelle aree agricole caratterizzate da produzioni agro - alimentali di qualità e/o di particolare pregio con il dichiarato fine di non compromettere la valorizzazione del paesaggio rurale o le tradizioni agroalimentari locali.

Si è assistito, dunque, ad un legislatore regionale che, in contrapposizione ad una politica nazionale di promozione energetica proveniente da fonti rinnovabili, ha inteso favorire la tutela delle aree agricole a vantaggio di due particolari fattori: le produzioni agro- alimentari e la valorizzazione del paesaggio rurale, elementi certamente tipici del territorio abruzzese.

Tali pregevoli finalità non hanno tuttavia superato il vaglio critico della Corte Costituzionale, investita del giudizio di compatibilità per una pluralità di parametri, la quale con la pronuncia n. 77 del 2022 (consultabile, integralmente, a questo link) ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della citata disposizione

In estrema sintesi, secondo la tesi difensiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri ricorrente, "...  le norme ... introdurrebbero una «moratoria» vòlta a sospendere i procedimenti autorizzativi per la costruzione e l’esercizio di impianti di produzione dell’energia alimentati da fonti rinnovabili e di impianti per il trattamento dei rifiuti, in attesa dell’adozione dello strumento di pianificazione ... la citata moratoria contrasterebbe con i principi fondamentali stabiliti dal legislatore statale nella materia concorrente «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia», cui la disciplina regionale sarebbe ascrivibile ... la moratoria ... non si potrebbe, d’altro canto, giustificare «in considerazione della circostanza che siffatti impianti siano da ubicarsi in zone agricole caratterizzate da produzioni agro-alimentari di qualità ... e/o di particolare pregio ... la destinazione agricola di un’area non costituisce, in linea generale e a priori, elemento ostativo all’installazione di impianti da fonti rinnovabili".

Ritenendo fondata la questione, la Corte Costituzionale, richiamando la normativa nazionale che attiene al regime abilitativo e quella concernente il riparto di competenze nella materia di produzione e trasporto di energia, ha sancito che "...  si deve rilevare che il legislatore abruzzese ha indebitamente sospeso, in violazione dei principi fondamentali della materia «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia», le procedure di autorizzazione relative agli «impianti di produzione di energia eolica di ogni tipologia, [al]le grandi installazioni di fotovoltaico posizionato a terra e [agli] impianti per il trattamento dei rifiuti, inclusi quelli soggetti ad edilizia libera» (così, l’impugnato art. 4). Le procedure, che – in base ai principi fondamentali dettati a livello statale – devono essere semplificate e accelerate, vengono, invece, sospese nel complessivo territorio dell’Abruzzo, relativamente a tutte le zone agricole che abbiano le generiche caratteristiche indicate dalla normativa impugnata ...".

La motivazione espressa dalla Corte alla base del giudizio di illegittimità costituzionalità si rifà alla violazione dei principi fondamentali della materia, che affidano a celeri procedure amministrative il compito di valutare in concreto gli interessi coinvolti nell’installazione di impianti di produzione dell’energia da fonti rinnovabili. Tali valutazioni amministrative, secondo il giudizio espresso dalla Corte, "... non possono essere condizionate e limitate da criteri cristallizzati in disposizioni legislative regionali ... né a fortiori possono essere impedite e, sia pure temporaneamente, ostacolate da fonti legislative regionali. L’art. 4 della legge reg. Abruzzo n. 8 del 2021 si pone, dunque, in aperto contrasto con i principi fondamentali della materia di celere conclusione delle procedure di autorizzazione e di massima diffusione degli impianti da fonti di energia rinnovabili, principi che sono al contempo attuativi di direttive dell’Unione europea e riflettono anche impegni internazionali vòlti a favorire l’energia prodotta da fonti rinnovabili (sentenza n. 286 del 2019), risorse irrinunciabili al fine di contrastare i cambiamenti climatici ..." (Corte Cost. 77/2022).

A fronte dell'illegittimità costituzionale dichiarata, il legislatore regionale è nuovamente intervenuto nella materia de quo, riscrivendo l'art. 4 della L.R. 23.4.2021, n. 8, stabilendo che " 1. I Comuni ... possono individuare le zone del territorio comunale inidonee all'installazione degli impianti da fonti rinnovabili limitatamente alle zone agricole caratterizzate da produzioni agro-alimentari di qualità ... e/o di particolare pregio rispetto al contesto paesaggistico-culturale, al fine di non compromettere o interferire negativamente con la valorizzazione del paesaggio rurale e delle tradizioni agroalimentari locali ...", disposizione in vigore dal 18.3.2022.

Si è in attesa, anche in tal caso, di una pronuncia di legittimità della Corte Costituzionale, avendo la Presidenza del Consiglio dei Ministri impugnato la precitata novella legislativa attesa la permanenza delle originarie perplessità di legittimità costituzionale: "... La previsione regionale ... presenta le medesime illegittimità già eccepite riguardo l’articolo 4 della legge regionale n. 8 del 2021 ...".

Nelle more della pronuncia della Corte Costituzionale è indubbio che la normativa regionale abruzzese rappresenta un vero e proprio ostacolo allo sviluppo degli impianti energetici in area agricola: nondimeno, la tutela delle produzioni e del contesto paesaggistico appaiono un bene primario da salvaguardare, difficilmente sovrapponibile alla promozione energetica.

Un giusto compromesso tra sviluppo energetico e tutela del territorio potrebbe essere rappresentata da una maggiore valorizzazione degli impianti agrovoltaici, non potendo continuare a perseguire il Paese una politica di forte dipendenza da mercati esteri nell'importazione di energia.

(Corte cost. 8.2.2022, n. 77)


L'efficacia degli accordi bilaterali nel settore dell'energia rinnovabile.

Le questioni attinenti l'efficacia degli accordi stipulati tra enti pubblici e operatori economici privati per lo sviluppo di iniziative legate alla promozione di energia rinnovabile sono state oggetto di particolare attenzione a partire dall'entrata in vigore del d.lgs. 387/2003.

Come è noto, il d.lgs. 387/2003, all'art. 12 recante le disposizioni per la razionalizzazione e semplificazione delle procedure autorizzative, ha previsto il divieto assoluto di rilascio dell'autorizzazione alla costruzione e gestione degli impianti subordinato a misure di compensazioni a favore delle regioni e delle province.

Nel solco di una promozione e valorizzazione piena dello sviluppo energetico "green", l'art. 1, co. 4, lett. f), l. 239/2004, ha previsto misure di compensazione e di riequilibrio ambientale e territoriale legate a particolari circostanze ambientali e territoriali con esclusione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili.

Entrambe le disposizioni si accomunano per aver introdotto comunque il divieto assoluto di stipulare accordi a contenuto meramente patrimoniale in favore di enti locali in relazione al rilascio di titoli per la costruzione e all'esercizio degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, indirizzo poi confermato dalle "Linee guida per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili".

La giurisprudenza amministrativa, a più riprese, è stata investita delle questioni attinenti la validità e l'efficacia delle convenzioni sottoscritte tra enti ed operatori economici privati (titolari di impianti energetici), convenzioni all'interno delle quali le parti hanno previsto vere e proprie "misure di compensazione" a carattere meramente patrimoniale a carico delle società private e a beneficio delle amministrazioni facendo ricorso a delle previsioni legislative originariamente "poco chiare".

Dette misure di compensazione hanno ricevuto un arresto all'indomani delle pronunce rese dalla Corte Costituzionale, da ultimo quella del 23.3.2021, n. 46: prima di ciò, esse hanno consentito agli enti di "salvaguardare" parzialmente i bilanci, nonostante tali convenzioni fossero state reputate nulle dalla giurisprudenza amministrativa.

La pronuncia che viene qui in commento è resa dal Consiglio di Stato a seguito di una lite che insorge tra l'impresa titolare del parco eolico e l'Amministrazione ove l'infrastruttura è stata realizzata; l'oggetto del contendere è proprio la validità della convenzione sottoscritta, nel caso di specie, nel 2006 (prima del rilascio del provvedimento autorizzativo) nella parte in cui l'atto negoziale prevedeva la corresponsione di un corrispettivo economico da parte dell'impresa in favore dell'ente per obbligazioni connesse all'implementazione dell'opera.

Dai fatti di causa emerge che, una volta conseguita l'autorizzazione, la Società versava regolarmente nel corso degli anni le somme pattuite in favore dell'ente civico.

Rivolgendosi al Giudice amministrativo, la società richiedeva la declaratoria di nullità della convezione sottoscritta tra la società e l'ente nella parte in cui era previsto il pagamento di un "corrispettivo economico" e, conseguentemente, la richiesta di restituzione di quanto già corrisposto.

Dopo che il Giudice di primo grado aveva ritenuto infondato il ricorso proposto dalla società ricorrente, il Consiglio di Stato, chiamato a pronunciarsi sulla validità o meno della decisione del Tar, ha ritenuto il ricorso d'appello altrettanto infondato.

La pronuncia appare di rilevo laddove consente di analizzare alcuni elementi essenziali di tali convenzioni.

In disparte ogni considerazione sugli aspetti peculiari della vicenda, trattandosi nel caso di specie di una convenzione che secondo il Supremo Consesso amministrativo contiene misure di compensazione a carattere meramente patrimoniale, legittime per la disciplina all'epoca vigente, ciò che rileva nella vicenda è la distinzione operata dal Giudice amministrativo tra due concetti essenziali nel tema dello sviluppo dell'energia rinnovabile: le misure di compensazione e le misure di mitigazione ambientale (o di riequilibrio ambientale).

Secondo il Giudice amministrativo le prime (misure di compensazione) comprendono "... tutti gli interventi rivolti a ridurre gli effetti deteriori dell'impatto di una opera da realizzare sul contesto ambientale in cui è collocata ...".

Aggiunge, sempre il Consiglio di Stato, che "... con le misure compensative si vuol sostituire una risorsa ambientale che si assume deteriorata con una risorsa equivalente (in ciò, appunto, consisterebbe la <<compensazione>>)...".

Secondo la prospettazione del Giudice di secondo grado "... la risorsa acquisita dalla cittadinanza in sostituzione può essere anche una risorsa meramente patrimoniale, per la natura illimitatamente scambiabile del denaro ...".

Le misure di mitigazione, invece, consistono più propriamente in azioni concrete di parziale riequilibrio ambientale e territoriale, le quali sono normativamente previste, seppur in termini generali (qui il link per una consultazione completa delle "Linee guida per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili").

Dalla disamina complessiva del caso, il Consiglio di Stato giunge dunque a ritenere valido ed efficace l'obbligo assunto dall'operatore economico privato con l'Ente poiché tali accordi (di carattere meramente patrimoniale) erano certamente consentiti dal quadro normativo vigente al tempo della loro conclusione, accordi non più ammissibili stanti le differenti regole poste dalle Linee guida del 2010..

Certamente, il ragionamento seguito dal Giudice amministrativo si presta a molteplici riflessioni: nonostante il Consiglio di Stato ritenga "legittimi" tali accordi, senza alcun dubbio tali misure di compensazione si prestano ad un diversità di veduta laddove consistano in un mero versamento di somme di denaro poiché astrattamente costituiscono un ostacolo all'iniziativa privata nel settore energetico (anche sotto il profilo autorizzativo), specie allorquando tali accordi intervengono con un soggetto pubblico privo di specifiche competenze amministrative, ma comunque deputato a svolgere un ruolo essenziale nella fase di implementazione delle infrastrutture energetiche.

Certamente, a ragion di chi scrive, l'analogia tra la risorsa ambientale deteriorata e quella patrimoniale appare poco convincente ove lo sviluppo deve intendersi sostenibile e con un favor di riguardo verso le generazioni future.

(Cons. St. Sez. V, 7.2.2022, n. 838)


Caro energia: le novità del decreto “Sostegni ter” sulla compensazione.

Caro energia: le novità del decreto “Sostegni ter” e la compensazione per impianti non incentivati

Caro energia: le novità del decreto “Sostegni ter” sulla compensazione.Dopo il caro materiali è la volta del caro energia. Con il decreto “Sostegni ter” , il legislatore cerca di porre rimedio e contenere gli aumenti dei costi che stanno affliggendo il settore dell’edilizia pubblica, da un alto, quello dell’energia elettrica, dall’altro con meccanismi di compensazione che operano anche in relazione a impianti non incentivati.

Il riferimento è al d.l. 27 gennaio 2022, n. 4, che introduce nell'ordinamento giuridico "Misure urgenti in materia di sostegno alle imprese e agli operatori economici, di lavoro, salute e servizi territoriali, connesse all'emergenza da COVID-19, nonché per il contenimento degli effetti degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico", in vigore dal 27.1.2022.

Recentemente, il tema energia è al centro di grandi dibattiti, sia a livello globale, che nazionale e regionale, come dimostrano le news pubblicate relative allo sviluppo energetico nella Regione Lazio (consultabili a questo link oppure qui).

Con il cd. decreto "Sostegni teril legislatore italiano interviene, specificatamente, con una serie di disposizioni di sostegno, alcune delle quali mirano trasversalmente a favorire certamente la realizzazione degli obiettivi di transizione energetica ed ecologica per gli investimenti inclusi nel PNRR.

Osservando, ad esempio, gli interventi del decreto Sostegni ter di cui al Titolo III "Misure urgenti per il contenimento dei costi dell'energia elettrica", art. 14 e ss., il legislatore ha previsto specifiche misure di incentivi quali:

  • la riduzione delle aliquote per le utenze con potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW. Viene demandato all'Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA) di annullare, con decorrenza 1.1.2022, per il primo trimestre 2022, le aliquote relative agli oneri generali di sistema applicate alle utenze con potenza disponibile pari o superiore a 16.5 kW. Tale riduzione è possibile grazie all'utilizzo "di quota parte dei proventi delle aste delle quote di emissione di CO2" (a questo link un approfondimento sul sistema di meccanismo della aste);
  • l'erogazione di un contributo straordinario (sotto forma di credito di imposta) in favore delle imprese a forte consumo di energia elettrica – ance dette energivore - che hanno subito un incremento del costo energetico superiore al 30% rispetto all'anno 2019;
  • meccanismo di compensazione per chi produce elettricità da impianti a fonti rinnovabili, incentivati e non;
  • ridefinizione dell'attività svolta dalla Commissione tecnica PNRR - PNIEC, ex art. 8, d.lgs. 152/2006 e s.m.i. (Commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale - VIA e VAS), al fine di accelerare ulteriormente i processi autorizzativi degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili ed incrementare il livello di autosufficienza energetica del Paese.

Con particolare riferimento al meccanismo di compensazione, si tratta di una misura “a tempo” che opera dal 1.2.2022 al 31.12.2022.

Riguarda (i) impianti fotovoltaici di potenza superiore a 20 kW che beneficiano di premi fissi derivanti dal meccanismo del Conto Energia, non dipendenti  dai prezzi di mercato, (ii) impianti fotovoltaici, idroelettrici,  geotermoelettrici ed  eolici,  di  potenza  superiore  a  20  kW, non  incentivati ossia che non accedono a meccanismi  di  incentivazione.

Si prevede un meccanismo di compensazione a due vie sul prezzo dell'energia.

Il GSE calcola la differenza tra due valori a) media  dei prezzi zonali registrati dalla data  di  entrata  in  esercizio dell'impianto fino al 31.12.2020 e b) prezzo zonale orario  di  mercato.

Se la differenza tra questi due valori sia positiva, il GSE eroga il relativo importo al produttore. Se invece è negativo, il GSE conguaglia o provvede a richiedere al produttore l'importo corrispondente.

All’indomani della pubblicazione in gazzetta del Sostegni ter, gli operatori del settore impianti non incentivati hanno manifestato in relazione al provvedimento il loro disappunto.

Sebbene la finalità sia condivisibile (far fronte all’aumento dei costi energia nel tentativo di contenerlo), non si comprende, da un lato,  la ratio del “pretendere” un contributo ai soli operatori titolari di impianti da fonti rinnovabili, dall’altro, il motivo per cui viene richiesto il predetto contributo anche agli impianti non incentivati; la “punizione” assume maggior rilievo se si consideri che il soggetto punito sembrerebbe coincidere con tutti gli operatori che dovrebbero realizzare quegli obiettivi di transizione energetica previsti dal PNRR, con ogni conseguenza in tema di investimenti nel nostro Paese.

Mai come oggi, la conversione in legge del provvedimento potrebbe riservare sorprese.